I Muse e l’arte di spaccare il rock (e 140 chitarre)

C’era una volta il rock. Quello vero, quello che faceva tremare le poltrone dei salotti buoni e metteva paura ai benpensanti.

by F. Cinquetti – 4 luglio 2026

Poi è arrivato il nuovo millennio, con le sue ansie digitali e i suoi suoni sintetici, e molti hanno pianto la scomparsa della chitarra elettrica come strumento di ribellione. Ma qualcuno, nella piovosa provincia inglese del Devon, non aveva ricevuto il memo. E così, mentre il britpop agonizzava tra una pose e l’altra, tre ragazzini di Teignmouth decidevano che il rock non doveva morire: doveva solo diventare più grande, più rumoroso, più pazzo. Benvenuti nel mondo dei Muse, l’unica band capace di farti sentire contemporaneamente in un planetario, in un campo di battaglia e in un film di fantascienza degli anni Ottanta.

Tre ragazzi, un sogno (e nessun cantante)

La storia inizia nel 1992, quando Matthew Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme (allora poco più che adolescenti) iniziano a suonare insieme nella loro cittadina sul Canale della Manica. Il primo nome della band è “Gothic Plague”, che già dice tutto sull’immaginario dei nostri eroi. Poi diventano “Rocket Baby Dolls” e, con questo nome, vincono una “Battle of the Bands” locale distruggendo gli strumenti sul palco. Una scena che, a pensarci bene, è già tutto un programma: i Muse non sono mai stati una band da salotto, e non lo sarebbero mai diventati.

La curiosità più gustosa? All’inizio Bellamy non doveva nemmeno essere il cantante. Il trio cercava un quarto elemento che si occupasse della voce, ma alla fine fu lo stesso Matt a prendersi il microfono. E meno male: perché se avessero trovato quel cantante, oggi non avremmo uno dei falsetti più iconici del rock contemporaneo. Un falsetto che, tra l’altro, gli è costato caro: durante uno dei primi tour, Bellamy dovette fermarsi per due settimane a causa di un restringimento della laringe. I medici, visitandolo, dichiararono di non aver mai visto corde vocali così “femminili” in un uomo. Un complimento, più che una diagnosi.

Il peso di un’ombra chiamata Radiohead

Quando nel 1999 esce “Showbiz”, il primo album, la critica non si trattiene: i Muse sono i “nuovi Radiohead”. Un paragone che i diretti interessati hanno sempre detestato, ma che all’epoca sembrava inevitabile. Stesso rock alternativo, stessa propensione per atmosfere cupe, stessa voce tenorile. Ma i Muse avevano qualcosa in più (o forse qualcosa in meno, dipende dai punti di vista) che li rendeva diversi: una vocazione al gigantismo, all’eccesso, al kitsch sublime.

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Come ha scritto giustamente il New Musical Express, la loro missione è “suonare come un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead”. E in effetti, ascoltando brani come “Sunburn” o “Fillip”, si capisce che questi tre ragazzi non volevano essere semplicemente il gruppo alternativo di turno: volevano riempire gli stadi, e lo dicevano senza falsa modestia.

Il paragone con i Radiohead, però, ha avuto il merito di spingerli a cercare una strada propria. E l’hanno trovata con “Origin of Symmetry” (2001), l’album che segna la vera svolta. Il titolo, come ha raccontato Bellamy, è ispirato a un libro del fisico Michio Kaku sulla teoria delle stringhe, che a sua volta suggeriva il nome per un futuro saggio sulla supersimmetria “Tutti hanno scritto sull’origine della vita”, spiegò Bellamy a NME, “quindi ora inizieranno a guardare all’origine della simmetria; c’è una certa stabilità nell’universo e scoprire da dove essa ha origine sarebbe come scoprire se Dio esiste”. Roba da matti, e proprio per questo magnifica.

Il palco come campo di battaglia

Se c’è una cosa su cui critici e fan sono tutti d’accordo, è che i Muse vanno visti dal vivo. Sono una band che è nata sul palco e che lì si esprime al massimo delle sue potenzialità. Le canzoni dei Muse, ascoltate in concerto, superano la qualità in studio e passano a un livello superiore. Bellamy stesso ha dichiarato: “Ci presentiamo soli con i nostri strumenti, e chi ci ha visto può garantire che abbiamo l’energia di un’intera orchestra”.

E di energia, i Muse ne hanno da vendere. Basti pensare che durante il tour del 2004, Matthew Bellamy ha distrutto 140 chitarre. Un numero talmente impressionante da essere finito nel Guinness dei Primati. Oggi, a quarantaquattro anni e con due figli, non rompe più gli strumenti come una volta (qualcuna la lancia ancora, per scaramanzia), ma quel nervosismo, quella smania di suonare e, come si dice in gergo, di “spaccare”, gli scorre ancora nel sangue.

La prima data ufficialmente registrata sul loro sito risale al lontano 1992, in un piccolo community center di Teignmouth chiamato The Meadow Centre. Da lì a riempire lo stadio di Wembley come prima band nella storia a farlo, il passo è stato lungo ma inesorabile. E pensare che all’inizio le case discografiche erano restie a promuoverli, convinte che la loro musica fosse troppo simile a quella dei Radiohead.

L’universo (paranoico) di Matt Bellamy

Una delle caratteristiche più affascinanti dei Muse è la coerenza visionaria del loro frontman. I testi di Bellamy parlano di apocalisse, UFO, guerra, vita, universo, politica e religione. Un concentrato di paranoia cosmica che farebbe impallidire qualsiasi complottista. Durante la lavorazione di “Origin of Symmetry”, Bellamy era al massimo della sua ossessione per invasioni aliene e vita su Marte. E non è cambiato molto con gli anni: per scrivere “Simulation Theory” (2018), si è ispirato alla serie TV “Black Mirror” e al mondo della realtà virtuale. La copertina dell’album, realizzata da Kyle Lambert (lo stesso di “Stranger Things”), è un trionfo di estetica anni Ottanta e distopia tecnologica.

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E poi c’è la voce. Quella voce. Un falsetto che sembra uscito da un’altra dimensione, capace di passare dal sussurro all’urlo in un battito di ciglia. I Muse, con la loro miscela di rock, elettronica, musica sinfonica e orchestrazione, hanno creato un suono che non appartiene a nessun genere preciso. Sono rock, certo, ma anche pop, ma anche progressivo, ma anche dance.

Sono tutto e il contrario di tutto. E forse è proprio questa la loro grandezza.

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