Brian Eno: il genio della musica vi fa fare due passi per Parma


Cari i miei cari italoreddiani,
con la sbadataggine di chi ascolta ancora…

i CD nel lettore CD ed i Vinili sul Giradischi,
affermerei che l’ultimo album di Brian Eno è del lontano 2005.

Another Day on Earth, lo chiamavano.
Un disco bellissimo, sì, ma che ormai profuma di naftalina.

by F. Cinquetti – 6 Giugno 2026

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E invece no. Il signore che ha insegnato a David Bowie a suonare l’ascensore, che ha prodotto i Roxy Music quando ancora si chiamavano Roxy Music, e che ha convinto i Coldplay a non usare la batteria (con risultati che ognuno valuti come crede), nel 2025 ha pubblicato non uno, ma tre album. L’ultimo, in ordine di tempo, si intitola Liminal ed è uscito il 10 ottobre. Prima erano usciti Luminal e Lateral.

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Tre album in un anno. A 77 anni. Roba che i Pink Floyd, per fare un disco, ci mettono un decennio e una causa legale.

E quindi, cari miei, dobbiamo riscrivere la sceneggiatura. Perché se fino a ieri pensavamo che Eno avesse salutato la canzone come un vecchio amico con cui ci si è troppo ubriacati negli anni Settanta, oggi scopriamo che invece il vecchio amico è tornato a casa, si è versato un tè e ha pubblicato Liminal, che lui stesso definisce “un ibrido dei due precedenti, una strana terra nuova con un essere umano che vive e si fa strada attraverso i suoi spazi misteriosi”.

Tradotto dal britannico all’italiano: non lo sapeva neanche lui, ma suonava bene.

Parma, ovvero il trionfo del “seme” e delle lunghe camminate

Ma andiamo con ordine. Mentre Eno sfornava album come fossero biscotti, il mondo dell’arte lo acclamava a Parma, dove dal 1° maggio al 2 agosto l’artista ha deciso di “reinventare gli spazi” di due complessi culturali chiusi da anni: i Giardini di San Paolo e l’Ospedale Vecchio.

Nel primo, “SEED”. Traduzione: “Seme”. Un’installazione audio site-specific realizzata con la giornalista turca Ece Temelkuran. Eno spiega: “Credo che i parchi, i caffè, le gallerie e tutti gli spazi pubblici siano veri e propri centri di civiltà”. E chi siamo noi per dargli torto? Poi però aggiunge: “Il nostro contributo aiuterà a creare una sorta di ‘giardino segreto’ mentale”. E qui Salvatori si permette una risatina, perché “giardino segreto mentale” è esattamente quello che dice mia suocera quando le regalo un abbonamento a Netflix.

La chicca, la vera perla (o il vero seme), è questa: le conversazioni, i sospiri, gli starnuti del pubblico nei Giardini verranno registrati, stampati su vinile in un’unica copia e depositati alla Casa del Suono. Capite? Voi andate lì, fate “ah”, magari tossite, e Brian Eno trasforma la vostra bronchite primaverile in arte. È il trionfo del ready-made: Duchamp firmava un orinatoio, Eno firma il vostro raffreddore.

Poi c’è “My Light Years” all’Ospedale Vecchio. La prima grande mostra europea di Eno dedicata alla luce. Qui l’artista espone la sua collezione di installazioni luminose, alcune delle quali risalgono agli anni ’80. Lo ammetto: quando lessi che una delle sue prime opere era “un rettangolo di luce blu che cambiava lentamente intensità”, pensai a uno scherzo. Invece era vero. Come è vero che Eno stesso ha dichiarato, con disarmante onestà: “Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate”.

Traduzione: portatevi le scarpe comode e un panino

“Liminal”, ovvero la strana terra nuova

E qui torniamo a Liminal. Perché se andate a Parma – e dovreste – potrete ascoltare i suoi vecchi capolavori ambientali nei Giardini, e poi uscire e infilarvi le cuffie per ascoltare il nuovo album. Che tra l’altro contiene un pezzo intitolato “Laundry Room”. La stanza del bucato. Trent’anni fa Eno scriveva Music for Airports. Oggi compone per il momento in cui stendi le mutande. È il progresso, signori.

E c’è anche “Corona”. Che spero sia un omaggio al sole, e non un triste souvenir del 2020.

La tracklist completa: “Part Of Us”, “Ringing Ocean”, “The Last To Know”, “Little Boy”, “Laundry Room”, “Corona”. Sembra la lista della spesa di un uomo che ha appena scoperto Amazon Music. E invece è Brian Eno, e quindi va bene tutto.

Gli aneddoti (veri) che vi faranno ridere

Ma parliamo dell’uomo, perché la sua storia è più divertente dei suoi titoli. Eno è l’inventore delle Oblique Strategies, quelle carte con frasi tipo “Onora l’errore” o “Chiedi al tuo corpo”. Le usava in studio quando i musicisti si bloccavano. Un aneddoto vero: durante la registrazione di Heroes con David Bowie, Eno si mise a registrare il rumore dell’ascensore e lo mise in loop. Bowie, da gran signore, lasciò tutto com’era. Oggi quel suono è nella storia.

Un altro: con David Byrne per My Life in the Bush of Ghosts, pescarono la carta “Usa un cantante meno talentuoso”. E chiamarono un predicatore di strada. Ne venne fuori un capolavoro del campionamento.

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Ora, con Beatie Wolfe per Liminal, evidentemente pescano carte come “Aggiungi un titolo che sembri uscito da un libro di Jung” o “Pubblica lo stesso album tre volte con nomi diversi”. E noi, come i bravi discepoli, compriamo. E ascoltiamo. E camminiamo negli ospedali.

Una presa in giro affettuosa (ma proprio affettuosa)

Permettetemi però una battuta. “My Light Years” è definita “la più completa collezione di installazioni luminose mai realizzata”. Domani, magari, lo sarà anche “l’unica collezione di sassi che ho nella tasca del cappotto”. E Liminal, per quanto bello, ha il difetto di chiamarsi Liminal. Cioè, Eno ha pubblicato Luminal, poi Lateral, poi Liminal. Il prossimo, scommetto, si chiamerà Lamentevole. O forse Lobotomico. E noi saremo lì a comprarlo, perché è Brian Eno, dannazione.

E quelle light box degli anni ’80 che espone all’Ospedale Vecchio? Sembrano le vetrine di un sexy shop di Utrecht, se il sexy shop fosse gestito da un filosofo tedesco. Ma quando lo dici, ti senti in colpa. Perché Eno è talmente sincero, talmente entusiasta, che finisci per pensare: “Forse sono io lo stupido, a volere ancora una melodia”.

E allora gli dai retta. Vai a Parma. Ti siedi nel giardino ad ascoltare il vento (che lui ha registrato, equalizzato e rinominato “Seed”). Poi entri nell’Ospedale Vecchio e guardi una luce verde che si accende e si spegne per venti minuti. Infine, prima di uscire, infili le cuffie e premi play su Liminal, magari proprio sul brano “Laundry Room”.

E mentre ascolti, pensi: “Merda, ha ragione lui. Anche la stanza del bucato è musica”.

Conclusione (con ironia e scarpe comode)

Alla fine, cari miei, Brian Eno resta un genio. Perfino quando intitola un pezzo “Laundry Room”. Perfino quando vi fa camminare per chilometri in un ex ospedale per guardare una lampada. Perfino quando pubblica tre album in un anno con nomi che sembrano gli ingredienti di un dentifricio omeopatico.

E forse, dico forse, il filo che lega Liminal alle mostre di Parma è proprio questo: Eno ama gli spazi di passaggio. I giardini riaperti. Gli ospedali dismessi. Le soglie, appunto. Il “liminale”. Quel punto in cui non sei più dove eri ma non sei ancora dove vai. Come ascoltare un disco che non sai se è canzone o rumore. Come guardare una luce che non sai se si accende o si spegne.

Insomma, andate a Parma. Portate un ombrello, un panino e le scarpe da ginnastica. Ascoltate “SEED”. Guardate “My Light Years”. E poi, a casa, ascoltatevi Liminal magari mentre piegate le lenzuola.

Voto all’iniziativa: 8 per la musica, 6 per le installazioni luminose (troppo lente, Brian), 10 per la camminata (si bruciano le lasagne). E una Oblique Strategy gratuita: Se l’opera d’arte ti annoia, esci e comprati un gelato. Parma è anche quella, no?

E a Brian Eno dico: il prossimo album chiamalo Sartorial, così ci togliamo il dente. Ma intanto grazie. Per i semi, per le luci, e per “Laundry Room”. Che, in fin dei conti, è la canzone più onesta che abbia mai scritto.

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