C’è un filo rosso, sottile ma tenace, che lega due fenomeni apparentemente distanti.
Da un lato i maranza, che la Treccani definisce come «giovani che fanno parte di comitive o gruppi di strada chiassosi», dall’altro i ragazzi che si perdono nei meandri dell’autoradicalizzazione jihadista, reclutati attraverso un click su una piattaforma social.
Due facce della stessa medaglia, due sintomi di un medesimo male profondo.
Laura Sabrina Martucci e Antonio Maria Gallo – 1 settembre 2026
Eppure, la narrazione pubblica (complice una certa retorica politica) continua a trattarli come fenomeni separati, quasi fossero estranei l’uno all’altro. I dati raccolti a livello internazionale, del resto, confermano che si tratta di una progressione quantitativa e di una metamorfosi qualitativa che sfidano i tradizionali paradigmi interpretativi, e che meritano di essere lette in un unico quadro: il disagio giovanile e radicalizzazione come sintomo di vulnerabilità e marginalità.
I due volti del disagio
Quello dei maranza è un fenomeno che affonda le radici nello slang milanese degli anni Ottanta.
Jovanotti, già nel 1988, lo utilizzava come sinonimo di tamarro, coatto: qualcuno che se ne infischia delle norme e fa quello che gli piace.
Oggi, il termine ha subito una deriva. È diventato un contenitore mediatico che raccoglie episodi di risse, vandalismi, borseggi, intimidazioni e spaccio.
Ma, come spesso accade, la realtà è più complessa dello stereotipo. I maranza sono anche figli e figlie di genitori migranti, nati e cresciuti nelle periferie (il dato è spesso evidenziato anche dalle comunità musulmane e dalle loro associazioni giovanili) anche se i riferimenti dominanti, nel linguaggio e nei comportamenti, non sono religiosi ma ossessivamente permeati dall’idea della forza e della ricchezza.
Un fenomeno che, andato oltre Milano e la Lombardia, si è esteso a macchia d’olio soprattutto nelle grandi città. Ragazzi che non si riconoscono più nei confini delle vecchie bande, ma nemmeno in quelli della legalità. Il loro è un atteggiamento nichilista, la reazione di una generazione cresciuta nella crisi e nelle disuguaglianze.
Il dato è stato analizzato anche dal Rapporto INVALSI 2025, che attribuisce la causa del divario nell’apprendimento nelle scuole secondarie proprio alla marginalità, fonte di povertà educativa e predisposizione alla violenza, passando dalla devianza.
L’autoradicalizzazione
Dall’altra parte, l’autoradicalizzazione. Il termine è entrato nel lessico comune per descrivere un processo inquietante: giovani, spesso di seconda o terza generazione, che con incremento allarmante durante il lockdown, si sono radicalizzati attraverso i social. I dati parlano chiaro: dal 2020 al 2024, in Italia, circa settantatré soggetti sono stati arrestati per terrorismo di matrice jihadista, e una considerevole percentuale è rappresentata da giovani stranieri, nati o residenti nel nostro Paese.
Non sono foreign fighters tornati dalla Siria, ma lupi solitari cresciuti nei quartieri periferici delle nostre città. Il dato italiano, del resto, si inserisce in una tendenza ben più ampia, documentata dai principali rapporti internazionali sulla sicurezza: il Global Terrorism Index 2026 certifica che i minori rappresentano ormai il 42% di tutte le indagini per terrorismo condotte in Europa e Nord America, con un incremento triplo rispetto al triennio precedente, mentre la Relazione annuale sull’intelligence presentata al Parlamento italiano segnala un costante aumento dei soggetti infra-quattordicenni che raggiungono stadi avanzati di radicalizzazione.
In Spagna, l’Anuario del terrorismo yihadista 2025 riporta che il 48% degli arresti per terrorismo ha coinvolto individui under 25, laddove solo pochi anni prima la fascia d’età predominante si collocava tra i 32 e i 38 anni; la Francia registra una crescita esponenziale dei procedimenti penali a carico di minori per reati terroristici, passati da 2 casi nel 2022 a 15 nel 2023 e 18 nel 2024; nel Regno Unito il numero di adolescenti arrestati per reati connessi al terrorismo è salito da 12 nel 2019 a 82 nel biennio 2023-2024.
Date le tendenze emulative, la condivisione di mezzi e ideologizzazione di status di poteri e realizzazione del sé, il passaggio dall’una all’altra forma di devianza può essere repentino.
Lo stesso humus
E qui viene il punto. Sia i maranza sia i giovani autoradicalizzati condividono lo stesso humus esistenziale. Molta parte di loro, sono ragazzi che vivono ai margini, che non si sentono pienamente accettati dalla società in cui sono nati o cresciuti.
Come ha raccontato un ragazzo di seconda generazione al giornalista Youssef Taby che lo intervistava: “Non odio l’Italia, odio essere visto come un criminale”. Una frase che dovrebbe far riflettere. Non è l’Italia in sé a essere rifiutata, ma lo sguardo che una parte dell’Italia rivolge loro. Entrambi i fenomeni sono figli dell’emarginazione.
I maranza ostentano catene d’oro, tute firmate e un linguaggio volgare come forma di riconoscimento identitario, come risposta a una società che li guarda con sospetto.
I ragazzi che si autoradicalizzano cercano altrove (in reti virtuali, in una promessa di martirio) quel senso di appartenenza, di potere e quella dignità che il mondo reale non offre loro. «Il terrorismo (ribadiscono spesso gli inquirenti e gli analisti) sta diventando sempre più vendetta sociale”. E la vendetta sociale nasce sempre da un’ingiustizia subita, da un riconoscimento negato.
A questa lettura si affianca, del resto, l’evidenza scientifica più recente.
L’INTERPOL Youth Radicalization Analysis Report (2026)
rileva come i minori di diciotto anni presentino una vulnerabilità specifica all’estremismo, trasversale alle diverse ideologie: l’adolescenza, fase segnata da turbolenze emotive e da uno sviluppo ancora incompleto delle capacità di pensiero critico, rende i soggetti più ricettivi alle influenze esterne e più inclini ad accettare narrative capaci di offrire un senso di appartenenza alternativo rispetto a contesti familiari o comunitari percepiti come alienanti.
ISLAM-OPHOB-ISM
Nella stessa direzione va il progetto di ricerca europeo ISLAM-OPHOB-ISM, basato su 307 interviste condotte in quattro paesi (Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi), che ha indagato le radici socio-economiche della radicalizzazione: i risultati mostrano come giovani autoctoni e giovani di origine migrante condividano esperienze di deprivazione cumulativa, esclusione sistemica e un senso di abbandono, che trovano espressione in registri simbolici diversi ma equivalenti nella sostanza (per i giovani di fede musulmana, un recupero dell’onore in risposta a un’ingiustizia globale percepita; per i giovani autoctoni, una rabbia populista verso la governance neoliberale e verso le minacce percepite al possesso collettivo e psicologico del territorio).
A conferma di questo denominatore comune, la ricerca evidenzia come fattori di vulnerabilità quali negligenza, abuso psicologico e abbandono siano presenti nell’87% dei minori radicalizzati. Una condizione che emerge anche nelle dimensioni penitenziarie, come evidenziato nei primi risultati del progetto PRIN2022 Muslims in Italy actors, social space and relations between religious communities and the state.<ref>https://islamitaly-prin-mur.eu/en/project/</ref>
La risposta atavica, la prossimità, mimesi competitiva
C’è un ulteriore dato che la cronaca tende a rimuovere: il fenomeno non è circoscritto ai soli ragazzi di origine straniera. Sempre più spesso, a queste bande si aggregano giovani italiani, nativi, che condividono gli stessi spazi di periferia, le stesse scuole, le stesse piazze.
Non si tratta di un’adesione ideologica, ma di prossimità: si conoscono, crescono insieme, e il confine tra “noi” e “loro” si dissolve nel vissuto quotidiano. In altri casi, però, l’emulazione assume una piega diversa e più inquietante: nascono bande di soli italiani (spesso provenienti da famiglie agiate) che replicano lo stile, il linguaggio, i gesti dei maranza non per spirito di aggregazione, ma come risposta al controllo del territorio.
È una reazione tribale, atavica: quando un gruppo percepisce che un altro sta occupando gli spazi (fisici e simbolici) che ritiene propri, scatta la mimesi competitiva. Il risultato è che il disagio giovanile e radicalizzazione, da individuale, diventa collettivo e contagioso, attraversando le etnie e trasformandosi in un rito di riconoscimento che non chiede passaporto.
La rete come moltiplicatore
C’è poi un secondo elemento di congiunzione, altrettanto decisivo: il ruolo dei social network. Per i maranza, i social sono vetrina e palcoscenico. Le loro imprese vengono filmate e postate, trasformando l’arresto in una medaglia, in uno status symbol. I social amplificano il fenomeno, creano emulazione e allargano il bacino di riferimento.
Per i ragazzi che si radicalizzano, i social sono ancora di più: sono la scuola, il campo di addestramento. Attraverso chat su Signal, Telegram e altre piattaforme, i predicatori dell’odio raggiungono minori che altrimenti non incontrerebbero mai. È sufficiente un click per entrare in un universo parallelo dove il martirio viene raccontato come l’unica via d’uscita da una vita di fallimenti.
La rete, insomma, è il luogo dove il disagio si trasforma in identità (forti), sia essa quella del maranza che sfida le forze dell’ordine o quella del giovane jihadista pronto a farsi esplodere.
A questa funzione identitaria della rete si aggiunge un effetto, per così dire, di accelerazione.
Secondo il Global Terrorism Index 2026, il percorso che conduce all’estremismo violento, un tempo sviluppato nell’arco di mesi, può oggi compiersi in poche settimane: una compressione temporale attribuibile alla diffusione di propaganda online in formati brevi e immediati, all’amplificazione algoritmica dei contenuti estremisti e allo sfruttamento mirato delle vulnerabilità psicologiche tipiche dell’età adolescenziale.
Gli stessi meccanismi (bolle informative generate e gestite dall’AI con chatbot mirati e AI agentiche sofisticate, che canalizzano progressivamente gli utenti verso contenuti sempre più estremi) spiegano perché anche il disagio del maranza, una volta intercettato dalla rete, trovi terreno fertile per diffondersi con una rapidità un tempo impensabile.
La trappola della retorica
Eppure, il dibattito pubblico continua a procedere per compartimenti stagni.
Da un lato, si criminalizza i maranza con una retorica che ha ormai una forte connotazione razzista, trasformandoli in un capro espiatorio perfetto.
Dall’altro, si tende a minimizzare il fenomeno dell’autoradicalizzazione, come se fosse un problema lontano, confinato in famiglie disfunzionali con figli disagiati e/o toccati da fragilità psicologiche. Ma la verità è che entrambi i fenomeni crescono nello stesso terreno: quello di un’integrazione fallita, di una società che stenta ad offrire futuro ai suoi giovani più fragili.
I maranza e i ragazzi che si autoradicalizzano non sono l’altro. Sono il sintomo di un disagio giovanile e radicalizzazione che si cura con politiche sociali, con l’istruzione, con la capacità di offrire un’alternativa credibile alla strada, al martirio.
Pare, invece e troppo spesso, che la responsabilità di controllo e prevenzione sia affidata alle sole forze dell’ordine, piuttosto che a tutte le componenti delle nostre società. Il problema non sono i maranza. Il problema è che abbiamo smesso di chiederci perché i maranza esistono.
Una simile lettura, del resto, sollecita anche una riflessione sul piano giuridico e delle politiche pubbliche. La tendenza alla “giovanilizzazione” e alla “digitalizzazione” della radicalizzazione impone un ripensamento degli strumenti di prevenzione e contrasto, che non possono limitarsi alla dimensione strettamente repressiva, ma devono integrare interventi di carattere educativo e sociale. La sfida per gli ordinamenti giuridici contemporanei è quella di coniugare l’esigenza di risposta penale con la necessità di interventi riparativi e rieducativi che tengano conto della peculiare condizione dei minori, in un equilibrio che rispetti i principi costituzionali e le convenzioni internazionali anche in materia di giustizia minorile.
Fonti
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/31/non-odio-litalia-odio-essere-guardato-come-uncriminale-viaggio-tra-le-seconde-generazioni-di-milano-il-procuratore-per-loro-e-piu-durasi-scontrano-con-la-disillusione/8096824/#1
- https://www.ilgazzettino.it/italiacos_e_maranza_moda_trap_violenza_furti_fenomeno-8672407.html#1
- https://www.ilgiornale.it/news/nazionale/risse-furti-e-spaccio-fenomeno-dei-maranzasempre-pi-diffuso-2535783.html#1
- https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/maranza-agguato-nel-parcheggiofilmano-5635c8f0#article__footer-0
- https://www.ilgiornale.it/news/politica/confezionava-ordigni-esplosivi-jihad-arrestatominorenne-2562742.html#1
- https://www.internazionale.it/notizie/leonardo-bianchi/2025/11/26/maranza#1
- Abdellah M. Cozzolino, Maranza e seconde generazioni. Oltre gli stereotipi, dentro il disagio giovanile, https://islamitaly-prin-mur.eu/en/project/



