Rothko a Firenze: Il Tempio e il Mercato

Firenze, marzo 2026. Fuori, in piazza, il vocio dei turisti e il viavai della città vivente. Dentro Palazzo Strozzi, il silenzio. Un silenzio denso, quasi fastidioso per l’orecchio moderno, abituato al rumore di fondo della società dello spettacolo. Siamo venuti a vedere Mark Rothko, e ci accorgiamo subito che non è una mostra qualunque. Con oltre settanta opere in catalogo, questa retrospettiva, aperta fino al 23 agosto, è un evento che ridisegna la mappa dell’arte del Novecento e la riannoda, con fili invisibili ma tenaci, al nostro Quattrocento.

Rothko, per i profani, è quel tizio che dipingeva rettangoli colorati. Una definizione che farebbe inorridire l’artista quanto chi ha un minimo di dimestichezza con la storia dell’arte. Perché quei rettangoli non sono “rettangoli”. Sono campi di energia, sono superfici che pulsano, sono architetture dello spirito che non rappresentano nulla se non lo stato d’animo di chi le guarda. O meglio, che rappresentano l’incontro tra l’anima di chi le ha dipinte e l’anima di chi le osserva.

Ma procediamo con ordine, ché la mostra merita un racconto che vada oltre il semplice elenco delle opere in catalogo.

Dall’Angelico a Michelangelo: Il Pellegrinaggio del Lettone

La genialità di questa rassegna, curata dal figlio Christopher, è quella di aver osato. Non ci si è limitati a riempire le sale di Strozzi, per quanto nobili. Si è deciso di far dialogare l’americano di origine lettone con i suoi numi tutelari. Rothko visitò Firenze due volte, nel 1950 e nel 1966. E due furono le folgorazioni.

La prima, il convento di San Marco. Nelle celle dei frati, il Beato Angelico aveva dipinto la fede con colori tenui e luce dolcissima. Rothko vide lì qualcosa di sé: la pittura come preghiera, la cella come spazio intimo di raccoglimento. Oggi, per la durata della mostra, alcune sue tele sono state poste in dialogo con gli affreschi dell’Angelico. È un azzardo che paga. Entrate in una cella: da un lato la Madonna col Bambino dell’Angelico, dall’altro un “multiform” rosa e arancio di Rothko. Scoprite che non c’è soluzione di continuità. Entrambi cercano la trascendenza, il primo attraverso la narrazione sacra, il secondo attraverso la pura vibrazione cromatica. La pittura diventa luogo teologico.

La seconda folgorazione fu architettonica: il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana di Michelangelo. Quelle colonne incassate nelle pareti, quasi prigioniere, quel senso di spazio che ti avvolge e ti opprime. Rothko ci vide la rappresentazione plastica del dramma umano. Non è un caso che i suoi Seagram Murals, quei grandi pannelli scuri commissionati per il ristorante di lusso nel grattacielo di Mies van der Rohe, portino con sé quella stessa tensione. Lui voleva che lo spettatore si avvicinasse, a 45 centimetri dalla tela, e si sentisse immerso in uno spazio che lo trascende. Come nella Laurenziana, come in una cappella.

L’Uomo che Disprezzava il Denaro (e che Oggi Vale 70 Milioni)

E qui veniamo al punto dolente, alla contraddizione che rende la storia di Rothko una tragedia greca in piena regola. Perché parliamo di un artista che disprezzava il mercato, che voleva la sua arte lontana dalle case dei ricchi e dai ristoranti di lusso, e che oggi, morto suicida nel 1970, vede i suoi quadri battuti all’asta per cifre che fanno impallidire qualsiasi contemporaneo. Nel 2007, White Center è stato venduto per 72,84 milioni di dollari. Una beffa atroce per uno che scrisse: “Un quadro vive in compagnia, morendo come muore chi è costretto a vivere in isolamento. Per questo motivo un quadro deve essere visto in compagnia di un gruppo di altri quadri dello stesso artista, o di un artista affine, oppure da solo”.

Rothko, all’anagrafe Marcus Yakovlevich Rothkowitz, era un ebreo nato nell’attuale Lettonia nel 1903, scappato bambino con la famiglia per sottrarsi ai pogrom e alla leva nell’esercito dello zar. Arrivò in America nel 1913, passando per Ellis Island come milioni di disperati. Lesse Nietzsche e ne fu folgorato: capì che la nascita della tragedia greca poteva rivivere in pittura, senza bisogno di figure, senza maschere, solo con lo scontro e la fusione dei colori. I suoi dipinti non sono astratti, non sono decorazioni. Sono drammi.

C’è un aneddoto che racconta meglio di mille biografie il suo rapporto con il mondo. Quando Mies van der Rohe gli commissionò i murales per il Four Seasons, il ristorante più esclusivo di Manhattan, Rothko lavorò per mesi. Poi un giorno andò a vedere il posto. Vide la clientela elegante, i camerieri in frac, il tintinnio dei bicchieri di cristallo. Capì che i suoi dipinti sarebbero diventati lo sfondo, la tappezzeria costosa per cene di affari e chiacchiere vuote. Ritirò tutto. Disse no. Restituì i soldi. E spedì i dipinti a Londra, alla Tate, dove ancora oggi sono esposti in una sala progettata da lui stesso, una stanza nel museo che è quasi una cappella laica.

Quest’uomo che diceva no ai soldi, che dipingeva per redimere l’umanità dal rumore del mondo, oggi è il simbolo di ciò che più detestava. Ma forse è giusto così. Forse il mercato si prende le sue rivincite, e l’arte sopravvive nonostante il mercato.

Quella Mattina di Febbraio

Gli ultimi anni furono un precipitare nel buio. La tavolozza si fece cupa: rossi e gialli lasciarono il posto a blu profondi, marroni, neri. Sono le celebri Black and Gray, tele che sembrano chiudersi come sipari su una scena che sta finendo. Rothko soffriva di depressione, beveva, fumava senza sosta. Il suo matrimonio era finito, la salute a pezzi.

Quella domenica del 25 febbraio 1970, il suo assistente Oliver Steindecker lo trovò disteso sul pavimento dello studio, in una pozza di sangue. Aveva le vene del braccio destro tagliate con un coltello. Nello stomaco, una quantità letale di idrato di cloralio, un potente sedativo. Aveva 66 anni. Non lasciò biglietti, nessuna spiegazione. Solo i quadri, appoggiati alle pareti dello studio, ad aspettare qualcuno che li guardasse.

È una morte che ha qualcosa di rituale, quasi volesse suggellare con il sangue il patto che lo legava alla pittura. Come un pittore antico che firmava l’opera con il proprio sacrificio.

Entrare nel Tempio

A Firenze, fino ad agosto, possiamo fare esperienza di tutto questo. Non andate a vedere Rothko come si va a vedere una mostra, con la fretta di chi deve spuntare una casella della lista. Andateci con calma. Sedetevi sulle panche che hanno messo a disposizione nelle sale. State lì, dieci minuti, venti, davanti a un quadro. Guardate come il colore respira, come i bordi sfumano, come il rettangolo galleggia sullo sfondo. Vedrete che a un certo punto il quadro si apre, vi parla.

E poi fate il pellegrinaggio a San Marco, andate a vedere i suoi quadri accanto all’Angelico. Poi andate alla Laurenziana, e sentirete la pietra di Michelangelo parlare la stessa lingua dei dipinti di Rothko. Scoprirete che l’arte non è progressione lineare, ma cerchio che si chiude. Che il Novecento non ha rotto con la tradizione, l’ha semplicemente tradotta in un’altra lingua.

Rothko voleva costruire templi. A Firenze, per qualche mese, ci è riuscito. Entrateci. Il biglietto costa meno di una cena al ristorante, ma l’esperienza vale una vita. E poi uscite in piazza, nel rumore del mondo, e portatevi dentro quel silenzio. È quello il vero regalo che un artista come Rothko può fare all’umanità distratta di oggi.

La redazioni di italoArte

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