
Dagli insetti cyborg ai cervelli in vitro: il Pentagono investe sul vivente per superare i limiti della tecnologia
da un’analisi delle ricerche pubblicate tra il 2016 e il 2026
Tutti gli argomenti sono già stati trattati da ItaloRed — qui sotto trovate i link agli articoli correlati — ma ripercorrere le tappe ci aiuta a capire come, nel tempo, sia diventato "normale" utilizzare queste biotecnologie ibride nel settore delle armi.
Nel febbraio del 2026, un comunicato stampa dell’azienda tedesca SWARM Biotactics è passato quasi inosservato sui media generalisti. Eppure, quelle poche righe annunciavano una svolta epocale nella storia della tecnologia militare: sciami di insetti cyborg, organismi viventi controllati attraverso interfacce neurali bioelettroniche, erano stati schierati operativamente con clienti NATO paganti. La biologia applicata alla difesa aveva smesso di essere un esperimento da laboratorio ed era entrata sul campo di battaglia.
2018: l’anno in cui il futuro delle armi biologiche smise di essere fantascienza
L’agenda per il disarmo del Segretario Generale delle Nazioni Unite, pubblicata nel 2018, solleva preoccupazioni specifiche riguardo alla capacità delle nuove tecnologie di abbassare le barriere all’accesso e all’uso di “armi proibite”, come nel caso della biologia sintetica e dell’editing genetico.
Questo rapporto analizza il processo di convergenza tra la biotecnologia e altre tecnologie emergenti, concentrandosi su tre aree specifiche: produzione additiva (stampa 3D), intelligenza artificiale e robotica. L’obiettivo è valutare come questa convergenza potrebbe influenzare lo sviluppo, la produzione o l’uso di armi biologiche e mettere alla prova gli attuali approcci di governance.
Documento integrale https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-03/sipri2019_bioplusx_0.pdf
2016-2026: il decennio in cui l’intelligenza artificiale ha armato la biologia e sdoganato le armi proibite senza alcun atto legale
Dalla mappatura dei terremoti al controllo degli sciami
Per comprendere la portata di questa transizione, occorre tornare indietro di dieci anni.
2016
Il termine “biobot” designava ancora progetti accademici sostanzialmente innocui. Alireza Dirafzoon e colleghi pubblicavano su arXiv uno studio dal titolo “Geometric Learning and Topological Inference with Biobotic Networks”, in cui proponevano l’utilizzo di insetti cyborg per mappare ambienti sconosciuti dopo disastri naturali. L’obiettivo era umanitario: creare reti di sensori viventi in grado di esplorare le macerie dei terremoti per localizzare sopravvissuti.
2026
Dieci anni dopo, quella stessa architettura concettuale è stata riprogrammata per finalità tattiche. I biobot odierni non sono più insetti selvatici catturati e modificati, ma organismi allevati in laboratorio, progettati fin dallo stadio larvale per integrarsi con componenti elettronici. Le dimensioni microscopiche, il movimento biologicamente naturale e la capacità di operare in sciami coordinati li rendono strumenti di ricognizione pressoché indistinguibili dall’ambiente circostante.
Il programma HyBRIDS e la nuova generazione di robot viventi
La Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), il ramo del Pentagono dedicato all’innovazione tecnologica, non ha nascosto l’interesse per queste piattaforme. Il programma HyBRIDS (Hybrid Biological-Robotic Systems), avviato nei primi anni Venti, mira esplicitamente a fondere organismi viventi con materiali sintetici per creare macchine in grado di auto-ripararsi e adattarsi al terreno con un’agilità che nessun robot tradizionale può eguagliare.
Il vantaggio è presto detto. Mentre un drone convenzionale richiede catene di approvvigionamento complesse, componenti elettroniche sofisticate e manutenzione costante, uno sciame di insetti cyborg si “produce” essenzialmente attraverso la riproduzione biologica. La furtività è intrinseca: un insetto che si muove tra la vegetazione non attira l’attenzione e la sua architettura nervosa, opportunamente interfacciata, può essere guidata a distanza o programmata per operare in autonomia grazie a sistemi di edge AI integrati.
Cervelli in provetta: l’evoluzione degli organoidi intelligenti
Parallelamente alla robotica bio-ibrida, un altro filone di ricerca ha conosciuto sviluppi forse ancora più sorprendenti. Nel 2016, gli organoidi cerebrali erano strumenti della ricerca biomedica fondamentalmente pacifici. Waseem K. Raja e colleghi, dal laboratorio della professoressa Li-Huei Tsai al MIT, pubblicavano su PLOS ONE uno studio in cui utilizzavano cellule staminali di pazienti con Alzheimer per generare mini-cervelli in provetta che sviluppavano spontaneamente le caratteristiche patologiche della malattia. L’obiettivo era testare nuovi farmaci in contesti fisiologicamente più rilevanti dei tradizionali modelli animali.
Oggi, quel filone di ricerca è stato assorbito e trasformato dai programmi della difesa. La Defense Threat Reduction Agency (DTRA), l’agenzia del Dipartimento della Difesa USA incaricata di contrastare le minacce chimiche e biologiche, ha lanciato il programma BRAINSTORM. L’idea di base è utilizzare organoidi cerebrali su chip come sensori viventi in grado di rilevare esposizioni a basse dosi di agenti tossici, molto prima che i sintomi compaiano nei soldati.
Dalla protezione dei soldati alla computazione biologica
L’Air Force Research Laboratory (AFRL) ha finanziato studi analoghi, concentrandosi sulla bio-stampa di organoidi in grado di rilevare stress ambientali e agenti chimici. In sostanza, si tratta di creare “sentinelle biologiche” da affiancare ai reparti operativi: se l’attività neurale dell’organoide registra alterazioni, significa che nell’ambiente è presente una minaccia invisibile.
Ma è il programma O-CIRCUIT, sempre della DARPA, a rappresentare la frontiera più avanzata e concettualmente dirompente. L’obiettivo dichiarato è creare “unità di processamento biologiche” (BPU), a partire da organoidi, in grado di eseguire training di intelligenza artificiale e guidare droni con un consumo energetico minimo.
Per comprendere la portata dell’innovazione, basti un dato: il cervello umano consuma l’equivalente energetico di una lampadina da 20 watt. Un cervello di mosca, esempio spesso citato nei documenti della DARPA, funziona con appena 6 milliwattora al giorno. Se fosse possibile replicare questa efficienza, anche solo in parte, in dispositivi biologici coltivati in laboratorio, si aprirebbe la strada a computer radicalmente diversi da quelli attuali, capaci di operare in condizioni estreme con un fabbisogno energetico irrisorio.
Il salto concettuale dell’apprendimento biologico
Nel 2026, un gruppo di ricercatori ha pubblicato su Cell Reports uno studio destinato a fare epoca: “Goal-directed learning in cortical organoids”. Per la prima volta è stato dimostrato che organoidi cerebrali di topo, connessi a un ambiente virtuale, sono in grado di modificare la propria attività neurale per migliorare la performance in un compito specifico, in modo simile a quanto farebbe un sistema di intelligenza artificiale.
Si trattava del celebre gioco “cartpole”, in cui si deve bilanciare un’asta su un carrello in movimento. L’organoide, ricevendo segnali di feedback dall’ambiente virtuale, ha mostrato plasticità neurale e capacità di apprendimento finalizzato. La distanza tra questo esperimento e l’impiego di unità biologiche per il controllo di sciami di droni in condizioni operative reali è ancora ampia, ma la direzione di marcia è chiara.
Le implicazioni etiche di una nuova corsa agli armamenti
Mentre i programmi militari procedono a ritmo serrato, la comunità scientifica internazionale comincia a interrogarsi sulle implicazioni etiche di questi sviluppi. La fusione tra vivente e artificiale solleva questioni che i tradizionali comitati di bioetica faticano a inquadrare. Cosa significa “controllare” un organismo vivente attraverso interfacce neurali? Quali sono i limiti dell’ingegnerizzazione di tessuti cerebrali umani per finalità belliche?
Il dibattito è appena agli inizi, ma i fatti, come spesso accade, corrono più veloci delle riflessioni etiche. I programmi di ricerca sono finanziati, gli esperimenti proseguono e le prime applicazioni operative sono già una realtà. La biologia, disciplina tradizionalmente votata alla comprensione e alla cura della vita, è diventata a tutti gli effetti una scienza per la difesa.
In questo scenario, l'unica difesa è l'intelligence. Perché l'evoluzione tecnologica viaggia a velocità esponenziale, mentre le regole internazionali procedono lente. E quando le potenze dominanti violano sistematicamente i divieti, non basta più "prevenire è meglio che curare": bisogna anticipare. Il futuro non aspetta. Chi non impara a leggerlo in anticipo, è fuori dai giochi.
ItaloRed Team
fonti
- Programma BRAINSTORM, Defense Threat Reduction Agency (DTRA).
- SWARM Biotactics, comunicato stampa operativo, febbraio 2026.
- Dirafzoon, A. et al., “Geometric Learning and Topological Inference with Biobotic Networks”, arXiv, 2016.
- Biohybrid miniature robots using living organisms”, International Journal of Extreme Manufacturing, 2026
- Programma HyBRIDS, Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), documentazione tecnica.
- Raja, W.K. et al., “Self-Organizing 3D Human Neural Tissue Derived from Induced Pluripotent Stem Cells Recapitulate Alzheimer’s Disease Phenotypes”, PLOS ONE, 2016.
- Advances in 3D Organoids and Organ-on-a-Chip Systems for Biomedical Research”, 2026.
- Programma O-CIRCUIT, Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) .
- Goal-directed learning in cortical organoids, Cell Reports, 2026.
https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-03/sipri2019_bioplusx_0.pdf
https://defence-blog.com/german-startup-develops-cyborg-insect-swarms-for-nato-forces
https://www.dvidshub.net/news/490576/brain-boost
https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-031-60019-7_5



