Ciao a tutti. Se state cercando l’ennesima recensione di un disco scritta con la paura di dare fastidio,
avete sbagliato pagina.
Oggi parliamo di Una lunghissima ombra, l’ultima fatica di Andrea Laszlo De Simone.
E siccome non sono abituato a stare in terza persona come certi critici che si prendono troppo sul serio, lo dico subito: questo disco mi ha spiazzato.
Ero partito prevenuto. Un album di 67 minuti, diciassette tracce, cinque anni di attesa… poteva essere l’ennesima opera pomposa. Invece no. È la roba più coraggiosa che abbia sentito nel 2025.
by F. Cinquetti
Ma chi è ‘sto tipo?
Partiamo dalle basi. Andrea Laszlo De Simone nasce a Torino nel 1986. Autodidatta. Non sa leggere né scrivere la musica. E lo dico subito: questa per me non è una mancanza, è un vantaggio. Perché chi studia troppo spesso finisce per suonare con il manuale di istruzioni in testa. Lui no. Lui sente e fa. Il suo primo disco, Ecce Homo del 2012, manco si trova sulle piattaforme. Ve lo dovete andare a cercare su YouTube, come si faceva negli anni Duemila. E già questo la dice lunga sull’atteggiamento dell’artista: la musica prima del business. Poi arriva Uomo donna nel 2017, e lì la critica inizia ad accorgersi che c’è qualcosa di grosso. Rolling Stone lo indica come uno dei migliori dischi solisti prog italiani degli ultimi vent’anni. Prog, sì, ma non quel prog da camicia di forza e tastiere stonate. Qui c’è Battisti, c’è la canzone d’autore, c’è la psichedelia. Tutto mischiato con una naturalezza che ti fa pensare “cavolo, ma perché non ci aveva pensato nessuno prima?“.
Il César e la Francia: il paradosso italiano
E qui arriva il primo colpo di teatro. Mentre in Italia lo snobbano (ma d’altronde, da noi se non fai Sanremo non esisti), in Francia diventano matti per lui. Nel 2024 vince il Premio César per la colonna sonora di Le Règne Animal. Sapete cosa significa? È il primo italiano a prendere un César per le musiche. Roba da giganti. Ma a nessuno in Italia importa niente, perché tanto il premio non lo danno a Maria De Filippi. E lo dico da critico che ha visto passare decenni di musica italiana: questo paese non merita i suoi artisti migliori. Li riscopre solo quando li piange, o quando vincono all’estero.
Una lunghissima ombra: l’ombra che rivela l’anima
Ma veniamo al disco. Perché un’opera del genere non si può liquidare con due chiacchiere. Il titolo, Una lunghissima ombra, viene da una metafora semplice ma geniale: la luce che incontra la materia e proietta un’ombra. E quella ombra sono i pensieri intrusivi — quelli che ti assillano quando sei a letto la notte, quelli che non ti lasciano dormire, quelli che ti fanno dire “ma chi sono io?”. L’album si apre con Il buio, un’introduzione strumentale quasi caotica, come se un’intera banda stesse accordando gli strumenti nel buio più totale. Poi arriva Ricordo tattile, e lì capisci dove stai andando. Archi, violoncelli, una voce che sembra arrivare da un’altra stanza. Ecco, la voce. Ne devo parlare. La voce di De Simone è una cosa strana: non ha la potenza di un tenore, non ha il graffio di un rocker. È una voce soffice, quasi vaporosa. Ma è quella morbidezza che ti entra dentro. Non canta sulla musica, canta dentro la musica. Si nasconde tra gli archi, esce fuori, poi sparisce di nuovo. Come un fantasma.
Le canzoni che mi hanno fatto fermare il piatto
Ve lo dico da appassionato di vinili — ne ho sessantamila, e non li conto per fare il gradasso, ma per dire che ne ho sentite di ogni tipo — questo disco va ascoltato su un giradischi, di notte, senza distrazioni. E ci sono dei pezzi che mi hanno fatto alzare la testa più di altri.
Per te, per esempio, è la canzone più pura del disco. All’inizio senti la voce della figlia di Andrea. Piccola, fragile. Poi arriva la sua. È una canzone d’amore, ma non di quello stucchevole. È l’amore che si trasmette, come un’eredità. Mi ha fatto venire in mente certi momenti di Fabrizio De André, quando raccontava le cose semplici in modo immenso.
Poi c’è Un momento migliore, e qui parto. Questo pezzo è un omaggio dichiarato alla Bitter Sweet Symphony dei Verve. Ma non è un plagio, è una citazione. La prendi, la giri, la fai tua. E il testo è da brividi: “Non voglio pensare al futuro / perché sono quasi sicuro / che sbaglierò per sempre”. Sapete cosa mi piace? Che non cerca la soluzione. Non dice “ce la farò”. Dice “sbaglierò per sempre, e va bene così”. Che coraggio. Non è reale è un mantra. Ripete “non è reale” come una preghiera laica, sostenuta da synth e pulsazioni elettroniche. È il pezzo più sperimentale del disco, eppure è anche il più diretto. Perché alla fine quello che ci domina, quello che ci spaventa, non è reale. Sono ombre.
E infine Colpevole, dove si tocca il fondo. Parla del senso di colpa, di quello che ci portiamo dentro senza nemmeno saperlo. De Simone dice che è “l’immagine che ho del presente”. E devo dargli ragione. Viviamo in un’epoca in cui ci sentiamo sempre in colpa per qualcosa.
La regia: un film senza attori
E non vi ho detto la parte più interessante. Perché questo non è solo un disco, è un progetto audiovisivo. De Simone ha girato un film di 67 minuti — diciassette inquadrature fisse della realtà. La vita che scorre. Una finestra, una strada, una stanza. L’ha presentato in una cupola geodetica con audio spazializzato. Roba da festival del cinema, mica da rockstar. E questa è la grandezza dell’artista: non si preoccupa di fare il singolo da classifica, non gli interessa il passaggio radio. Gli interessa l’esperienza. Il disco come rito, non come prodotto.
Le curiosità che non trovate
Dato che non mi piace fare le recensioni scolastiche, vi butto lì qualche curiosità che ho raccolto. De Simone ha smesso di fare concerti nel 2021. Ha fatto tre date, TRE, e poi ha detto basta. Non è stata una scelta commerciale, non è stato un capriccio. Ha detto: “preferisco stare a casa con la famiglia e comporre”. Provate a dirlo a quelli che fanno i tour di due anni per vendere il singolo. Nelle interviste, quelle poche che rilascia, ha ammesso di non leggere un libro da anni e di non conoscere nulla della musica contemporanea. L’ultimo gruppo che ha ascoltato sono stati i Radiohead. Può sembrare snob, ma secondo me è solo onestà. Non si riempie la bocca di nomi che non conosce. Dice quello che è. Il disco è stato anticipato da Un momento migliore, uscito a gennaio 2025. Un modo per dire: “Guardate che quest’anno succede qualcosa”. E quando mandò Uomo donna alla 42 Records, non voleva nemmeno pubblicarlo. Fu l’etichetta a insistere. Senza quelle insistenze, oggi forse non avremmo questo disco. E sarebbe stato un delitto.
La mia opinione, senza peli sulla lingua
Lo dico chiaro: Una lunghissima ombra non è un disco per tutti. Se cercate la hit da mettere in macchina, andate altrove. Se cercate il tormentone estivo, avete sbagliato parrocchia. Ma se volete un’opera che vi costringa ad ascoltare, a fermarvi, a pensarci su… allora questo è il disco dell’anno. La critica italiana farà la solita fine: lo ignorerà, poi tra dieci anni lo riscoprirà come un capolavoro. È successo con Battisti, è successo con De André, succederà anche con lui. Io intanto me lo godo. Con le cuffie, di notte, con la luce spenta. E vi lascio con una frase che lui canta nella title track: “Io mi accorgo di essere diventato grande, vedo solo facce stanche e quando viene sera proietto una lunghissima ombra”. Ecco. Questa sono io. Questa siamo noi. E questa è la musica vera.
Voto: 8/10 — ma non fidatevi di chi dà dei voti. Ascoltate. Poi ne riparliamo.



