A sentir parlare di “finestra di Overton” viene subito in mente qualcosa di architettonico. Una finestra, appunto. Si affaccia, si guarda fuori, si vede il giardino, il quartiere, il mondo. Poi qualcuno arriva e sposta la finestra. E improvvisamente quello che prima era un giardino privato diventa un parco pubblico, quello che era un palazzo diventa un grattacielo, quello che era impensabile diventa ragionevole.
Peccato che Overton non fosse un architetto
Era un signore del Michigan che lavorava in un think tank e aveva un problema con i soldi. I finanziatori gli chiedevano: perché dare i nostri quattrini a voi che fate solo libri e convegni, invece che ai politici che fanno le leggi? E Overton, che era un tipo sveglio, rispondeva: “perché i politici non possono fare qualsiasi legge. Possono fare solo quelle che rientrano in un certo intervallo di idee accettabili. Se volete che facciano le vostre leggi, prima dovete allargare quell’intervallo. È un lavoro lento. Ci vogliono decenni”. Overton era un conservatore, ma ragionava come un giardiniere: semina, aspetta, innaffia, aspetta ancora.
Poi Overton morì in un incidente aereo nel 2003, e la sua finestra rimase lì, in attesa di essere usata. Fino a quando non arrivò qualcuno che di giardinaggio non ne capiva nulla e decise che invece di aspettare si poteva sfondare la parete con un colpo di ariete.
Come funziona questa benedetta finestra. Ovvero: i sei gradini della rispettabilitÃ
Prima di proseguire, forse è il caso di spiegare bene cosa fosse, nella testa di Overton, questa finestra. Perché se non si capisce questo, poi non si capisce perché Bannon e i suoi ci si siano buttati sopra con tanta furia.
Overton aveva un’idea semplice, di quelle che quando te le spiegano dici: ma come mai non ci avevo pensato?
Diceva che le idee, prima di diventare legge, attraversano sei stadi. Sei, come le giornate della creazione, ma senza il riposo finale.
Il Primo Stadio
è quello in cui un’idea è inconcepibile. Non se ne parla. Se qualcuno la nomina in un dibattito pubblico, gli altri si guardano intorno imbarazzati, come se avesse detto una parolaccia a un ricevimento formale. Nessun politico serio la menzionerebbe. È l’area del “ma dai, non si può nemmeno pensare”.
Stadio due
poi, se qualcuno insiste, se scrive libri, se organizza convegni, se trova finanziatori pazienti, l’idea può diventare radicale. Comincia a circolare, ma solo nei margini. Ne parlano gli attivisti, gli intellettuali scomodi, quelli che nessuno invita in televisione. È ancora pericolosa, ma qualcuno ha avuto il coraggio di pronunciarla.
Stadio tre,
con altro tempo, altra pazienza, altra semina, l’idea diventa accettabile. Qualcuno la nomina in un talk show e non viene deriso. Viene ascoltato, magari con una smorfia, ma ascoltato. L’idea comincia a entrare nel dibattito pubblico. Non è più roba da matti.
Il quarto stadio
è quando diventa ragionevole. Qui succede la magia. Quello che fino a ieri era considerato estremo oggi viene discusso come una possibilità seria. I politici cominciano a dire: “bisogna valutare con attenzione”. Tradotto: non voglio sposarla, ma non voglio nemmeno sembrare antiquato.
Poi viene il quinto stadio:
popolare. L’idea piace. La gente la condivide, la discute al bar, la scrive sui social. I politici la cavalcano. Non è più un’idea di nicchia, è una cosa che “tutti pensano”.
Infine, il sesto stadio:
legalizzata. Diventa legge. Quello che era inconcepibile una generazione prima è ora scritto in un articolo, timbrato, firmato, applicato. La finestra si è spostata.
Overton diceva che questo processo richiede tempo. Tanto tempo. Perché non basta che un’idea sia buona. Bisogna che la società la assimili, la digerisca, la faccia propria. Ci vogliono decenni. A volte un secolo.
L’esempio classico è il proibizionismo americano: negli anni Trenta era una politica ragionevole, oggi è fuori dalla finestra, nell’area dell’inconcepibile. Ci sono voluti cinquant’anni. Le scuole charter, invece, sono passate dall’impensabile alla legge in vent’anni di lavoro paziente di think tank come quello di Overton.
Overton non era un rivoluzionario. Era un uomo che credeva nel lavoro lento, nelle fondamenta, nel cemento che asciuga con calma. Non avrebbe mai immaginato che la sua finestra, la sua metafora da giardiniere, sarebbe diventata un’arma da assalto.
Flooding the zone. Ovvero, se non hai tempo, affoga tutti.
Questo qualcuno si chiama Steve Bannon. Ha fatto il banchiere, il produttore cinematografico, il consigliere di Trump. Un tipo con la faccia da uomo che non dorme mai e indossa sempre camicie sbottonate. Bannon ha una teoria semplice, che ha spiegato a Bloomberg nel 2018. I media, dice, sono il vero partito di opposizione. Ma sono stupidi e pigri, riescono a concentrarsi solo su una cosa alla volta. Allora tu li colpisci ogni giorno con tre cose. Loro ne prendono una, e mentre la guardano, le altre due passano. Lui la chiama “flooding the zone”. Inondare la zona. Non è un’immagine da giardiniere, è un’immagine da alluvione.
Ora, se uno conosce un po’ di storia dell’arte, sa che l’inondazione è un tema ricorrente. Ci sono i dipinti del diluvio universale, Poussin, Géricault, tutti quei corpi che galleggiano e quei cavalli che si impennano. Ma nelle tele, dopo il diluvio, le acque si ritirano. Nella strategia di Bannon no. L’inondazione è permanente. Ogni giorno un’altra ondata. E l’effetto è che non c’è più tempo per capire cosa è ragionevole e cosa no. Un’idea estrema, ripetuta ogni giorno per settimane, diventa normale. Non perché qualcuno l’abbia accettata dopo averci pensato. Ma perché non si è avuto il tempo di pensarci, che già è arrivata la prossima.
E così le fasi di Overton vengono saltate. L’idea non passa per “accettabile” e “ragionevole”. Fa un salto diretto dall’inconcepibile al popolare. In pochi mesi, non in decenni. Ma è un salto senza rete. Non si è sedimentata. È solo rumore.
La finestra che non c’è più
I colleghi di Overton al Mackinac Center hanno passato gli ultimi anni a spiegare che la finestra era una descrizione, non una prescrizione. Non era un manuale di istruzioni per fare a pezzi il dibattito pubblico. Era un modo per dire che le idee hanno bisogno di tempo per sedimentarsi, come il vino, come le amicizie, come i muri portanti. Ma ormai era troppo tardi. La finestra era diventata un’arma. E quando un’arma viene usata, non è più una finestra.
Negli ultimi mesi due ricercatrici, Ed Harrison e Olivia Brown, hanno studiato cosa è successo in Gran Bretagna con il partito di Nigel Farage. Nel settembre 2024, Farage liquidava le deportazioni di massa come una “impossibilità politica”. Un anno dopo, il suo partito si impegnava a deportare seicentomila persone e a revocare il permesso di soggiorno anche a chi era già residente.
Cosa era successo? L’opinione pubblica era cambiata?
No, i sondaggi dicevano che la maggioranza era ancora contraria. Allora cosa? Farage e i suoi hanno cominciato a vivere dentro X. E X, come si sa, non è il mondo. X è un luogo dove il dieci per cento degli utenti fa il novantasette per cento del rumore. Un luogo dove le idee estreme si diffondono più velocemente di quelle moderate, perché l’indignazione viaggia più veloce della riflessione. E i politici, che passano le loro giornate lì, finiscono per credere che quello sia il mondo. Credono che la minoranza che urla più forte sia la maggioranza silenziosa. Ma la maggioranza silenziosa, come diceva qualcuno, non esiste. Esistono solo i silenziosi. E i silenziosi, per definizione, non si sentono.
La competizione. Ovvero, chi spinge più lontano vince
La cosa più interessante è che Farage non ha guidato questo cambiamento. È stato spinto. L’ecosistema della destra online britannica è una specie di arena in cui tutti competono con tutti. Ci sono i politici che fanno i partiti, come Rupert Lowe e Ben Habib. Ci sono i podcaster che traducono le idee radicali in formati digeribili, come Carl Benjamin e Connor Tomlinson. E ci sono gli anonimi, gli account senza volto che amplificano e amplificano. Tutti lottano per l’attenzione. E per conquistarla, spingono sempre un po’ più in là . Quello che ieri era radicale oggi è moderato. Quello che oggi è radicale domani sarà normale. È una corsa agli armamenti dell’attenzione. E in una corsa agli armamenti, vince chi è disposto a bruciare più polvere da sparo.
Quando Farage ha adottato la politica delle deportazioni, non stava ascoltando gli elettori. Stava ascoltando il rumore del suo stesso ecosistema. E si è adeguato, perché nell’arena se non vai avanti vieni mangiato.
La contraddizione. Ovvero, se la finestra si muove troppo, non è più una finestra
C’è una contraddizione che i teorici della finestra di Overton fanno fatica a digerire. Overton pensava che per spostare la finestra ci volesse tempo. Tanto tempo. Decenni di libri, di articoli, di conferenze, di giovani che crescono con idee nuove e diventano adulti e poi vecchi e poi politici. Bannon pensa che basti inondare. Ma se inondi, non c’è sedimentazione. Un’idea che diventa popolare in tre settimane può essere spazzata via in tre settimane. Non si è depositata, non si è radicata, non è diventata cultura. È solo rumore. E il rumore, si sa, finisce quando qualcuno alza il volume.
Forse il destino della finestra di Overton è proprio questo: essere diventata così famosa che nessuno la usa più per quello che era una metafora per descrivere qualcosa di solido: i limiti entro cui una società si riconosce. Se oggi quei limiti vengono spostati ogni giorno, non sono più limiti. Sono onde. E un’onda, per definizione, non tiene.
Un’ultima cosa. Ovvero: ma chi decide cosa è normale?
Negli anni Venti, un giornalista americano (padre della sociologia della comunicazione) di nome Walter Lippmann scrisse che i cittadini non possono capire il mondo direttamente, perché il mondo è troppo grande. Devono affidarsi a delle “immagini nella loro testa”. E quelle immagini sono plasmate da chi le racconta. Oggi quelle immagini sono plasmate da X. E X, come dicevamo, non è il mondo. È un mondo. Uno solo. Ma per i politici che ci vivono dentro, è l’unico che conta.
Lippmann aveva paura che le élite potessero fabbricare il consenso manipolando quelle immagini. Oggi forse succede il contrario: sono piccole reti di attivisti radicali, amplificate dalle piattaforme, a manipolare le immagini che i politici si fanno del mondo. E i politici, convinti di ascoltare il popolo, ascoltano in realtà il rumore di una minoranza che ha imparato a gridare più forte.
Se la democrazia funziona quando i partiti capiscono cosa vuole davvero la gente, allora abbiamo un problema. Perché i partiti oggi capiscono cosa vuole l’algoritmo. E l’algoritmo, come si sa, non vota. Ma fa molto rumore. E a quanto pare, il rumore basta.
by Adam and Eve Smith
Fonti
Liberal Overton Window of the Rules-based International Order and its Counter-Policiescapes in African Regionalism: Patterns of Fusion, Fission and Diffusion. Autori: Kuditchar, Nene-Lomotey, 2026
Minnesota Murders Shoot a Hole in the Overton Window.
Autori: KNAPP, THOMAS, 2026
International Journal of Education, Leadership, Artificial Intelligence, Computing, Business, Life Sciences, and Society
Vol. 5 (2026): Rethinking Leadership and Governance in Complex Socio-Technical Systems
https://journalviral.org/home/article/view/41
https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/20419058261436087
Mackinac Center for Public Policy, “Now it’s simply referred to as the Overton Window” (2023)
https://www.mackinac.org/podcasts/the-overton-window/larry-reed-and-joe-lehman-on-the-overton-window-and-joe-overton
Digby’s Hullabaloo, “Flooding the zone” (2021)
https://digbysblog.net/2021/08/31/flooding-the-zone/
Scottish Daily Express, “Immigration now a political issue for mainstream Scots” (2025)
https://www.scottishdailyexpress.co.uk/comment/immigration-now-political-issue-mainstream-35790645
The Conversation, Ed Harrison e Olivia Brown, “Inside the far-right social media ecosystem normalising extremist ideas in UK politics” (2025)
https://createsend.com/t/r-6F603468A4886C802540EF23F30FEDED
TechSpot, “How a few online users make the internet look worse than they are” (2025)
https://www.techspot.com/community/topics/how-a-few-online-users-make-the-internet-and-humanity-look-worse-than-they-are.293960/
Tønder Kommunes Biblioteker, “Lippmann vs. Mencken: Debating Democracy”
https://tbib.dk/ting/object/150010-master:83719699
Mackinac Center for Public Policy, Joseph G. Lehman, “Glenn Beck Highlights Mackinac Center’s ‘Overton Window'” (2009)
https://www.mackinac.org/11398
State Library of Western Australia, Andrew Marantz, “Antisocial: how online extremists broke America” (2020)
https://test-catalogue.slwa.wa.gov.au/search~S1?/dOnline+social+networks./donline+social+networks/-3%2C-1%2C0%2CB/frameset&FF=donline+social+networks+political+aspects+zunited+states&1%2C1%2C
Wikipedia, “Overton window” (archiviato da Canada.ca, 2016)
https://webarchiveweb.wayback.bac-lac.canada.ca/web/20160712082037/https://en.wikipedia.org/wiki/Overton_window
Progress NC Action, “Flooding the Zone” (2025)
https://progressncaction.org/2025/01/flooding-the-zone/



