
Ci sono dischi che si ascoltano seduti comodi in platea, con il programma di sala tra le mani.
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E poi ci sono dischi come Formigole di Toni Bruna: dischi che si ascoltano spiando lo spettacolo da uno strappo nel tendone di un circo.
Io questo disco l’ho visto così.
Da quello strappo ho intravisto un palco improvvisato, qualche lampadina appesa, un’ombra che si muoveva tra gli strumenti. E poi ho sentito le canzoni.
Con Toni Bruna non si sta in platea, si guarda la vita di scorcio.
Nessun campo lungo, nessuna scenografia completa: solo un dettaglio, una luce che cambia, una voce che passa.
Il resto lo deve fare l’immaginazione.
Bruna è un autore veneto, uno di quelli che sembrano capitati nella musica quasi per caso. Un artigiano più che un professionista dello spettacolo. Formigole è un disco acustico, cantato in dialetto veneto, registrato con una formazione essenziale ma sorprendentemente raffinata: chitarre acustiche, slide guitar, percussioni asciutte, qualche fiato che entra e sparisce come una comparsa tra le quinte.
La sensazione è quella di assistere a uno spettacolo costruito con pochi attrezzi, ma con una precisione da equilibristi.
Baiamonti – lo strappo nel tendone
Il primo spiraglio nel tendone si apre con Baiamonti, brano d’apertura.
La chitarra acustica tiene l’ossatura armonica con accordi semplici, quasi folk, mentre le percussioni lavorano più sul colore che sul ritmo: piccoli tocchi, accenti minimi, come passi sul legno del palco.
Sopra tutto scorre il dialetto veneto.
Chi non lo parla capisce poco. Ma la cosa sorprendente è che non importa davvero. Le parole diventano materia sonora, sillabe che si incastrano nella musica con una naturalezza quasi africana nel fraseggio.
Si ascoltano i fonemi come si ascoltano gli strumenti.
E ogni tanto una parola filtra, una frase passa tra le pieghe del tendone, e allora la scena si illumina per un attimo.
Formigole – noi che ci sfreghiamo le antenne
Quando arriva la title track, Formigole, il circo si riempie di comparse.
Le formiche siamo noi.
“Le formigole
le sburta avanti e indré le fregole
co le antene le se stuziga
qualche volta le se piziga
ma po le se vol ben.”
La musica qui si fa quasi ipnotica. La chitarra tiene un giro armonico circolare, mentre la slide disegna linee sottili sopra il tessuto sonoro.
È una scrittura musicale molto controllata: niente virtuosismi, niente accumulo. Tutto resta al servizio del racconto.
E il racconto è semplice e spietato allo stesso tempo:
“noi altri stiamo tra di noi,
ogni tanto ci mescoliamo con quelli di là,
poi ci diamo sul muso
e restiamo incazzati.”
Una piccola sociologia della provincia raccontata con la leggerezza di una filastrocca.
Cristo de Geso – il Veneto pallido
In Cristo de Geso lo spettacolo cambia scena.
Il palco si svuota, la musica rallenta, e appare quel Veneto profondo e pallido che a tratti ricorda quello evocato da Vasco Brondi. Ma qui la prospettiva è più contadina, più antica.
Bruna osserva il mondo con la stessa attenzione per il dettaglio quotidiano che in letteratura appartiene a figure come Umberto Saba e Guido Gozzano: la poesia che nasce dalle cose piccole, dai gesti minimi, dalle vite apparentemente marginali.
Il risultato è un equilibrio raro: una desolazione luminosa, quasi perfetta.
Gente che no ghe frega de gnente – quelli che scelgono il buio
A un certo punto nel tendone entrano anche loro.
Sono quelli di Gente che no ghe frega de gnente.
“Quela xe gente
che no ghe frega de gnente
anche se i ga la corente
ghe piazi star in tel scuro.”
Sono quelli incattiviti, l’accolita di rancorosi a manovella di Vinicio Capossela.
Quelli che la luce ce l’hanno, ma scelgono di non accenderla. Potrebbero vedere, capire, respirare un po’ di mondo, e invece preferiscono restare nel buio della loro stanza: spilorci dell’anima, contano monetine, guardano gli altri con sospetto, chiudono a chiave gli stanzini
Nel circo di Toni Bruna anche loro hanno il loro posto sul palco.
Seduti in fondo, con le braccia incrociate, a guardare lo spettacolo senza applaudirlo mai.
Pai de la luce – il numero reggae
A metà spettacolo arriva il numero inatteso: Pai de la luce.
La ritmica si apre improvvisamente a un groove reggae. Il basso (anche quando è appena suggerito) marca il levare, le percussioni si fanno più elastiche, la chitarra lavora sugli accenti.
Ma non è reggae da cartolina.
È reggae di provincia, suonato come se fosse sempre stato lì. Senza imitazioni, senza posa. E proprio per questa naturalezza viene quasi spontaneo pensare alla libertà musicale di Manu Chao.
Il ritornello resta addosso come un mantra:
“Pai, pai, pai de la luce…”
E l’immagine è quella di qualcuno che passa la notte sveglio sopra un palo della luce, guardando il buio. È la galleria umana che ogni paese conosce: quelli che bevono l’acqua delle piante, che annusano la polvere del muro, che sifonano la benzina dai serbatoi, che vivono di notte e dormono di giorno e che facevano parte del mondo senza bisogno di essere “inclusi” da nessuno.
Nel circo di Toni Bruna sono comparse fondamentali. Senza di loro lo spettacolo non esisterebbe.
I veri equilibristi della vita, appunto.
Sanantonio – la strada di notte
Verso la fine il circo si svuota e resta una strada.
È Sanantonio, probabilmente uno dei momenti più intensi del disco.
Qui la musica rallenta e si apre: la chitarra arpeggia, gli accordi respirano di più, e la voce si appoggia sulla melodia con una malinconia che potrebbe stare accanto alla migliore Cristina Donà.
Il testo è una preghiera laica, ironica e disperata insieme:
“Sanantonio taumaturgo
protegime
la pinza dei freni
la pompa del oio…”
Sant’Antonio qui non protegge le anime.
Protegge i motorini, i freni, la strada di ritorno dopo una serata finita male.
Protegge la provincia.
È una canzone che sa di asfalto bagnato e fossi ai lati della carreggiata.
Le luci del tendone si spengono una alla volta. Il pubblico — quello vero — forse non c’è mai stato.
Toni Bruna probabilmente smonta il palco, rimette via gli strumenti, torna alla sua vita. Il falegname, l’artigiano.
E forse è proprio per questo che Formigole suona così sincero.
Toni Bruna fa di tutto, ma non chiede attenzione: gli basta sapere che, da qualche parte, qualcuno sta spiando lo spettacolo da dietro lo strappo del tendone.
Recuperarlo oggi non è facile. Ma magari, quando il circo smonta e restano accese solo le luci al neon del baracchino, sul fondo di una scatola potrebbe saltare fuori ancora una copia.
Se succede, prendetela.
Non avrete nulla da perdere.
E Toni Bruna, probabilmente, nulla da guadagnare.
Ma tornando a casa, nella notte, vi accorgerete di portarvi dietro qualcosa: una frase, un ritornello, un’immagine di provincia.
Una piccola pietra miliare nel paesaggio dell’anima.
La notte fredda cala sul circo e ci abbraccia, ci allontaniamo e inciampiamo nel cartellone d’ingresso, di oggi e già vecchio, con la scritta:
Solo per stasera: Formigole – Toni Bruna
Album pubblicato nel 2013 per l’etichetta Niegazowana Records (distribuzione Audioglobe).
Dieci brani cantati in dialetto veneto, arrangiati in una formazione acustica essenziale con chitarre, slide guitar, percussioni, contrabbasso e fiati.
Tracklist
- Baiamonti
- Cristo de geso
- Formigole
- Gente che no ghe frega de gnente
- Pai de la luce
- Picar
- Sanantonio
- Serbitoli
- Tesounasanta
- Una bela casa
Le chitarre di base sono state registrate da Toni Bruna e Abba Zabba a Campedei; il resto del disco è stato suonato e prodotto tra Trieste e Berlino. Tra i musicisti coinvolti compaiono Ale Martini (ukulele, contrabbasso e cori), Marco Abbrescia (contrabbasso) e Massimo Tunin (tromba e glockenspiel).
by Fabrizio Gelmini



