Miles Davis, cent’anni. E Marcus Miller glieli fa fare belli
Quando si sente parlare di “concerti celebrativi” parte un tic. Di solito vuol dire musicisti in smoking che suonano con rispetto, cioè male, perché il rispetto ammazza il jazz. Poi però arriva Marcus Miller e dice: facciamo “We Want Miles!”. E cambia tutto.
Perché Miller non è un celebratore. È uno che con Miles ci ha fatto Tutu, Amandla, Siesta. Non da giovane apprendista, da co-protagonista. Quando nel 1986 uscì Tutu, c’era chi alzò il sopracciglio: basso synth, drum machine, Miles che suonava su ritmi che sembravano usciti da un club di Manhattan. Era jazz? Era pop? Era qualcosa che non si sapeva ancora chiamare. Oggi si chiama “capolavoro”. Ecco.
Adesso Miller arriva in Italia, cinque date, e si porta dietro quelli che con Miles c’erano davvero. Mike Stern, che negli anni Ottanta era la chitarra elettrica del Maestro e oggi è uno dei pochi che può dire “io c’ero” senza sembrare un reduce di guerra. Bill Evans, sax, che con Miles ha girato il mondo e poi ha continuato a fare dischi importanti senza mai inseguire la facile nostalgia. E Mino Cinelu, che di percussioni ne ha messe in musica per Weather Report, Sting, Pat Metheny, e che con Miles ha condiviso il palco in quei tour dove nessuno sapeva mai cosa sarebbe successo.
Poi ci sono gli altri: Russell Gunn, trombettista che il fuoco lo ha ereditato senza copiare nessuno; Brett Williams, tastiere tra gospel e jazz; Anwar Marshall, batteria giovane ma con le spalle larghe.
Il bello è questo: non è una reunion. È una band vera, che suonerà musica vera. Non le solite So What suonate col pettine, ma il repertorio di Miles degli anni Ottanta, quello elettrico, quello che all’epoca fece arrabbiare i puristi e che oggi si capisce essere stato l’ultimo grande atto di un artista che non ha mai smesso di cercare.
Miller lo sa bene. Perché lui quel suono lo ha costruito. E adesso lo riporta in Italia, nei posti giusti, quelli dove l’acustica non tradisce e il pubblico non si distrae. Teatro Antico di Taormina? Sì, ma non solo. Cinque tappe, cinque occasioni per capire una cosa semplice: il jazz non è una materia da museo. È qualcosa che se lo soffochi muore. E qui nessuno lo sta soffocando.
Quando un musicista dice “vengo a fare un tributo”, bisogna controllare chi c’è sul palco. Se ci sono quelli che hanno suonato con l’originale, ci si fida. Se ci sono solo imitatori, si scappa. Qui di imitatori non ce n’è uno. C’è chi ha cambiato la musica con Miles, chi ha continuato a cambiarla dopo, e chi sta cambiando adesso.
Miles avrebbe compiuto cent’anni. Non amava le celebrazioni, detestava lo sguardo indietro. Ma una serata così, con questi musicisti, probabilmente l’avrebbe approvata. Magari girando le spalle al pubblico, come faceva lui. Ma stando lì.
Il pubblico starà davanti. E va bene così.
by F.C.



