C’è una vecchia storia che, benché non sia né recente né uno scoop, non tutti conoscono e merita di essere raccontata.
Possiamo definirla la tipica anomalia italiana: la vicenda di una DOP che in realtà non potrebbe neanche essere definita tale.
Un pasticcio tra sperimentazione e trovata di marketing.
by Adam ed Eve Smith – 10 maggio 2026
Questo non è un articolo sul pomodoro. È un articolo sull’Italia, quella che si riempie la bocca di “sovranità alimentare” e “tradizione“, salvo poi scoprire che la sua eccellenza più celebrata nasce in provetta in un laboratorio israeliano. La storia del Pomodoro di Pachino, il re dei ciliegini, il gioiello rosso che ci invidiano al G7 e che paghiamo a peso d’oro al supermercato, è un capolavoro di ipocrisia nazionale. Un racconto in cui la favola del contadino siciliano tramandata di padre in figlio cozza rumorosamente contro i brevetti, la genetica e il marketing. Andiamo con ordine.
L’età dell’innocenza
Tutto comincia, come in ogni leggenda che si rispetti, quasi un secolo fa.
Siamo nel 1925, in provincia di Siracusa, nell’estrema punta sud-orientale della Sicilia. I contadini di Pachino e dintorni si accorgono che la loro terra, baciata da un sole che in Europa non batte altrove, carezzata dalla brezza marina e irrorata da acque salmastre, fa miracoli. I pomodori qui maturano prima, sono più dolci, hanno una buccia che sembra vernice. Un piccolo tesoro locale, venduto ai mercati rionali. Per oltre sessant’anni è una storia di fatica e sapienza antica. Poi, come in tutte le fiabe, arriva il lupo. O meglio, l’innovatore.
L’invasione genetica
Siamo nel 1989. Il Muro di Berlino sta per cadere, ma a Pachino si innalza un altro muro, quello del business. A piombare nella sonnolenta agricoltura locale non è un mecenate innamorato della biodiversità siciliana, ma la Hazera Genetics, una multinazionale delle sementi con base in Israele. I tecnici dell’azienda portano in dote due varietà ibride, battezzate con nomi da agenti segreti: Naomi e Rita. E qui scatta il miracolo laico. Naomi e Rita non sono pomodori qualsiasi: sono il risultato di incroci e selezione assistita. Nessun OGM in senso stretto, sia chiaro, ma pura ingegneria genetica applicata al business. Queste creature da laboratorio hanno una dote mostruosa: la “longshelf-life“, ovvero resistono sullo scaffale per giorni e giorni senza diventare poltiglia. Perfette per la Grande Distribuzione Organizzata che proprio in quegli anni muove i primi passi. Il sapore? Quello, beffardamente, lo regala il sole di Pachino. Ma il gene della modernità è tutto brevettato.
Il furto legalizzato
A questo punto, il lettore penserà: i contadini di Pachino insorgono, difendono i loro semi antichi, gridano all’invasione. Macché. Fanno la cosa più intelligente: piantano Naomi e Rita. Inondano i mercati del Nord Italia e d’Europa con un prodotto bello, buono e che non marcisce mai. Il “ciliegino di Pachino” diventa una star. E qui scatta la fregatura colossale per chi lo produce e per chi lo compra. Tutti iniziano a chiamare “Pachino” qualsiasi pomodorino a ciliegia, anche se coltivato a Ragusa, in Olanda o nel deserto del Sahara. La parola diventa generica, il brand si volatilizza. È il trionfo dell’italica furbizia: abbiamo preso un brevetto genetico straniero, l’abbiamo piantato in una zona climatica unica, e ora i furbetti vendono come “pachino” la qualunque, distruggendo il valore del prodotto originale.
Arriva l’IGP (con paradosso)
Per salvare capra e cavoli, nel 2003 arriva l’atteso riconoscimento comunitario: IGP, Indicazione Geografica Protetta. “Pomodoro di Pachino“. Finalmente un sigillo che dice: questo è l’originale, il resto è tarocco. Tutto bene, no? No. È qui che la storia diventa surreale, una puntata di Boris applicata all’agricoltura. Il Disciplinare di produzione dell’IGP, la Bibbia del vero Pachino, non tutela affatto il caro vecchio pomodoro dei contadini del 1925, ormai estinto o quasi. Tutela le varietà coltivate nella zona, tra cui, udite udite, proprio quei cloni ibridi figli di Naomi e Rita. In altre parole: lo Stato italiano e l’Unione Europea hanno apposto il marchio della “tradizione e tipicità” su un prodotto che è il frutto di un’innovazione genetica brevettata quarant’anni fa da un’azienda israeliana.
È come se avessimo dato la cittadinanza onoraria e il premio “Italiano dell’anno” a un cyborg. Il Pomodoro di Pachino IGP non è il prodotto della storia, ma il prodotto della cronaca giudiziaria del marketing. Il consumatore che lo paga circa 5 euro al chilo credendo di addentare un pezzo di Sicilia antica, in realtà addenta un brevetto mediorientale cresciuto al sole di Portopalo.
Dovremmo allora ringraziare in eterno Israele per il regalo?
Nooo! Non è un regalo: è un abbonamento. Se vuoi il vero Pachino, ogni anno devi ricomprare i semi da Hazera Genetics. Perché il ciliegino più famoso d’Italia è come un fiction: si autoriproduce, sì, ma non si ripete mai. Lasci il frutto a terra, germoglia, e quel che spunta è tutto tranne che Pachino. Perde tutte le sue caratteristiche principali.
Morale della favola
La prossima volta che sentirete un politico strapparsi le vesti contro il “cibo sintetico” o in difesa delle “tradizioni millenarie”, fategli una domanda secca: “Scusi, ma lei il Pachino lo mangia?“. Se la risposta è sì, sappiate che sta mandando giù, insieme a un ottimo pomodoro, una colossale bugia. Non sta mangiando la storia d’Italia, ma il suo bluff meglio confezionato.



