Per chi vive in Europa, la Corrente del Golfo assomiglia a un’entità invisibile. Non la vediamo, non la sentiamo, eppure da millenni modella il clima del vecchio continente come una gigantesca mano sommersa. È una delle ragioni per cui Londra non ha gli inverni del Canada, pur trovandosi a latitudini simili. Ma quella corrente o, più precisamente, il vasto sistema oceanico di cui fa parte potrebbe stare rallentando…troppo e troppo velocemente.
by O. D. B. – 10 Maggio 2026
Non si tratta certo di una situazione da film catastrofico in cui l’oceano “si spegne” improvvisamente prima del secondo tempo. Il fenomeno è più lento, difficile da osservare e per questo più inquietante. Per quasi vent’anni, una complessa rete di strumenti disseminati lungo l’Atlantico ha registrato qualcosa di persistente: una diminuzione del flusso profondo della cosiddetta Circolazione Meridionale Atlantica di Ribaltamento (AMOC).
È il sistema di correnti oceaniche dell’intero pianeta, e secondo una nuova ricerca guidata dalla Rosenstiel School of Marine, Atmospheric and Earth Science dell’Università di Miami, il suo indebolimento non è più da considerarsi soltanto una previsione teorica.
Il motore nascosto dell’Atlantico
L’AMOC viene spesso descritta come un gigantesco “nastro trasportatore” oceanico. Una metafora imperfetta, ma utile.
Acque calde e salate scorrono verso nord in superficie trasportando enormi quantità di calore dai tropici verso l’Atlantico settentrionale. Quando raggiungono le regioni più fredde, queste acque si raffreddano, diventano più dense e sprofondano negli abissi oceanici, tornando lentamente verso sud. Questo continuo ribaltamento contribuisce a regolare temperature, precipitazioni, tempeste e livelli del mare. Non riguarda soltanto l’oceano: riguarda il clima terrestre nel suo insieme. Ecco perché gli scienziati osservano questo sistema quasi con ossessione.
Un segnale che arriva dal fondo dell’oceano
Questo nuovo studio, pubblicato sul numero dell’8 aprile di Science Advances, si distingue per un motivo preciso: invece di affidarsi soprattutto ai modelli climatici o a ricostruzioni indirette, i ricercatori hanno lavorato con osservazioni reali raccolte direttamente nell’oceano. Il team ha analizzato dati provenienti da quattro reti di monitoraggio distribuite lungo il margine occidentale dell’Atlantico settentrionale, dalle regioni tropicali fino alle medie latitudini (tra circa 16,5°N e 42,5°N).
Ancorati sul fondo marino, sistemi multisensori registrano continuamente, da anni, pressione, temperatura, densità e velocità delle correnti. Confrontando queste osservazioni di lungo corso è emerso il quadro più rilevante: un declino coerente del trasporto profondo lungo un’ampia fascia dell’Atlantico. Secondo i ricercatori, la coerenza geografica del fenomeno è importante perché suggerisce qualcosa di più di una semplice oscillazione locale o temporanea.
Il problema delle prove
Da anni i modelli climatici prevedono che il riscaldamento globale possa indebolire l’AMOC. Il motivo è legato soprattutto all’immissione di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, dovuta allo scioglimento dei ghiacci e all’aumento delle precipitazioni. Acqua meno salata significa acqua meno densa, quindi meno propensa a sprofondare.
Osservare direttamente l’AMOC è incredibilmente difficile. L’oceano è enorme, dinamico, e le reti di monitoraggio esistono soltanto da pochi decenni: un periodo molto breve rispetto alle scale temporali climatiche. Inoltre, i diversi sistemi di osservazione utilizzano strumenti e metodi differenti, rendendo complicato confrontare e mettere in relazione i dati. È proprio in questo che il nuovo studio prova a fare un passo avanti.
I ricercatori hanno applicato un innovativo metodo coerente a tutte le diverse osservazioni disponibili, cercando di ottenere una misura comparabile lungo diverse latitudini dell’Atlantico.
Non è ancora la prova definitiva di un collasso imminente (e gli autori sono molto cauti su questo punto) ma è una delle evidenze osservative più robuste finora raccolte di un possibile indebolimento a lungo termine.
Un clima che cambia forma
Cosa significa, concretamente, un rallentamento dell’AMOC?
Dipende da quanto il fenomeno proseguirà e da quanto sarà intenso. Ma le conseguenze potenziali sono enormi.
“Un indebolimento della circolazione termoalina atlantica (AMOC) può alterare i modelli meteorologici, portando potenzialmente a tempeste più estreme, variazioni nelle precipitazioni o inverni più freddi in alcune regioni”, ha spiegato Shane Elipot, autore senior dello studio e oceanografo fisico presso la Rosenstiel School.
L’effetto più noto riguarda l’Europa settentrionale, che potrebbe perdere parte del “riscaldamento” naturale fornito dall’Atlantico. Ma non si tratta solo di temperature. Un AMOC più debole potrebbe modificare le traiettorie delle tempeste, influenzare l’attività degli uragani atlantici e alterare la distribuzione delle piogge su scala globale. Persino il livello del mare potrebbe risentirne.
“Può anche influenzare l’innalzamento del livello del mare lungo le coste, con ripercussioni sulle comunità e sulle infrastrutture”, ha aggiunto Elipot.
Il “canarino” dell’oceano
C’è una frase usata dai ricercatori che colpisce particolarmente. Secondo il team, le misurazioni lungo il margine occidentale dell’Atlantico potrebbero funzionare come “un canarino in una miniera di carbone”.
Nel XIX secolo i canarini venivano portati in miniera perché estremamente sensibili ai gas tossici. Se il volatile smetteva di cantare, significava che qualcosa non andava…e che bisognava correre.
Nel caso dell’AMOC, il “canto” è rappresentato dalla pressione registrata sul fondo oceanico e dal comportamento delle correnti profonde. Non ci dicono esattamente quando o come cambierà il clima, ma potrebbero essere uno dei primi segnali di una trasformazione più ampia.
Il problema del tempo
In questa complessa ricerca, l’elemento che crea maggiore incertezza, ancora una volta, è il tempo. Se vent’anni, per una persona, possono sembrare molti, per il clima terrestre sono quasi niente.
Ed è qui che si presenta il paradosso della climatologia moderna: stiamo cercando di capire sistemi che evolvono su scale enormi usando osservazioni relativamente recenti.
Gli scienziati devono districarsi continuamente tra oscillazioni naturali transitorie e tendenze di lungo periodo, ma non si è ancora giunti ad un riscontro oggettivo: si tratta dell’osservazione di una variabilità decadale o l’inizio di un declino più strutturale dell’AMOC?
Ma questa incertezza non rende le osservazioni meno importanti.
“Questa ricerca aiuta gli scienziati a prevedere meglio come potrebbe cambiare il clima nei prossimi decenni”, ha affermato Elipot, “informazioni che governi, imprese e comunità utilizzano per prepararsi alle future condizioni ambientali.”
Un sistema tremendamente delicato
C’è qualcosa di quasi controintuitivo nell’idea che il clima globale dipenda così profondamente da correnti che scorrono lentamente nel buio dell’oceano. Ma l’AMOC non è soltanto una corrente: è una gigantesca infrastruttura naturale che redistribuisce energia attraverso il pianeta. Un sistema lento, silenzioso e tremendamente delicato.
Per molto tempo abbiamo pensato agli oceani come a sfondi immobili nella complessa crisi climatica. Oggi li stiamo riscoprendo come protagonisti.
Il fatto che uno dei loro “meccanismi” fondamentali stia rallentando non significa necessariamente che una catastrofe sia imminente ma, indubbiamente, ci insegna quanto sia difficile comprendere con cosa abbiamo a che fare: il clima terrestre che sta cambiando, e che tali cambiamenti sono tanto evidenti quanto espressioni di una complessa e sensibile architettura invisibile.
“Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza.”
Joseph Conrad
Fonti:



