by F. Cinquetti
C’è una massima, nei meandri polverosi del mio caveau che custodisce i miei preziosi vinili, che recita più o meno così:
quando un artista inizia a ricevere visite da divinità celtiche, è il momento di stappare l’ossigeno.
Tori Amos, la sacerdotessa che negli anni ’90 trasformava il suo pianoforte in un confessionale per peccatrici e il suo rapporto con il diavolo in poesia (Boys for Pele, 1996), oggi ci consegna il suo diciottesimo album in studio.
Un disco che, come da manuale del marketing moderno, arriva accompagnato da un corredo mitologico degno di un fantasy di serie B:
c’è Lugh, dio solare del Tuatha Dé Danann, che le avrebbe fatto visita durante le registrazioni. Bene, avverto subito il mio amato pubblico di
ItaloRED:
non abbiamo a che fare con un Tori and the Muses 2.0, ma con un’opera che, pur volendo spiccare il volo come un drago wagneriano, rimane pericolosamente ancorata a terra, con le ali che sbattono in una nebbia prog-pop a tratti incomprensibile.
Amos, che ormai da anni ha eletto la Cornovaglia a buen retiro, continua a rivendicare un’anima profondamente americana. E “In Times of Dragons” è, nelle intenzioni, un j’accuse rovente contro la “non accidentale distruzione della democrazia americana”. La Amos, da sempre allergica ai presidenti repubblicani (e ai loro elettorati, come confessò con quella sua proverbiale eleganza tagliente) qui trasforma il tycoon di turno in un lucertolone demoniaco, un patriarca da abbattere a suon di piano e arpa. L’intento è nobile, la rabbia è genuina, ma l’esecuzione, ahinoi, è una corsa a ostacoli tra l’urlo strozzato e il brano riempitivo.
La tracklist si apre con “Shush”, un attacco frontale che richiama i Nine Inch Nails per intensità discendente. È la Amos che conosciamo: dita ossessive sulle tastiere, un ritmo che sembra voler spaccare il patto sociale. Ma è una zampata che non azzanna fino in fondo. La voce, non più il bisturi isterico di “Precious Things”, è oggi un croon più roco, vissuto, quasi sussurrato in un orecchio. Funziona quando si sporca di terra, ma quando cerca di graffiare, si ritrae educatamente. E il testo? “Patriarcato”, “Gerarchia”, “Democrazia” sillabati come se fossero formule magiche. Ma dire le cose col megafono non le rende automaticamente poesia, come ci ha insegnato il miglior Gaber.
Ed ecco il peccato originale del disco: la paura di scegliere. Non è né un thriller politico alla “Scarlet’s Walk” (quello sì, un viaggio on the road nella psiche americana), né un’autentica immersione nel pantheon celtico. Lugh, il dio amante platonico, sembra più un pretesto pubblicitario che un reale convitato di pietra. Se n’è andato subito, lasciando una scia di pezzi “di atmosfera” che virano pericolosamente verso un soft rock da studio televisivo. Prendete “St. Theresa”: basso sinistro, hook spigoloso… ma appena entra la chitarra, ragazzi miei, siamo dalle parti di Chris Rea. E con tutto il rispetto per Chris Rea, non è esattamente quello che si chiede a una che un tempo invocava il fuoco di Pele.
Il vero problema, qui, è la scrittura. C’è una generosità bulimica (17 tracce) che ricorda certi doppi album prog, ma senza la furia iconoclasta che li giustificava. L’incontro con la gang di motocicliste lesbiche in “Gasoline Girls”—un titolo che da solo merita la radiazione dall’albo dei giornalisti per abuso di metafora—si salva solo per quel basso ruvido alla St. Vincent, che almeno smuove la polvere. Poi si precipita in “Provincetown”, club gay del Massachusetts, dove la Amos promette di “conoscere qualche orso”. Lo fa col clavicembalo, perché l’immaginario queer, se non ha un tocco barocco, non vale. L’intenzione è nobilissima, ma il suono? Datato. Sembra di ascoltare il sottofondo di un documentario RAI del 1993.
C’è anche la figlia, Natashya Hawley, che presta la sua voce argentina a “Strawberry Moon” e “Veins”. Scelta di nepotismo? Chiamiamola staffetta generazionale. La ragazza ha un timbro che supplisce alle frequenze che la madre ha perso, ma il duetto sul trauma generazionale sa di seduta terapeutica a microfoni aperti. Troppo costruito, poco sentito.
Ma attenzione: non si può chiudere senza aver trovato la gemma. E la gemma, si fa per dire, arriva alla fine. “23 Peaks” è il brano che evita la bocciatura totale. Due minuti e mezzo di aperture orchestrali ambientali, e poi la voce di Tori che si fa portatrice di una verità scomoda, quasi sussurrata: “La verità, mia cara, è che soffrirai”. Un momento di lucida resa al dolore, senza i travestimenti di folletti e sirene. Qui la Amos è autentica. Qui non deve per forza convincerci che Lugh le faceva le pulizie in casa. Qui è solo una donna che ha fatto i conti con l’industria, con l’età, con l’America che brucia.
E allora mi chiedo, sfogliando le schede del mio Dizionario della Canzone: dov’è finita la Tori Amos che con “Silent All These Years” ci faceva piangere in un bicchiere di carta? Probabilmente è ancora lì, in trappola. Ma per uscire da questa gabbia dorata di autoproduzioni e miti familiari, non basta indossare le ali del drago.
Bisogna azzardare. Rischiare la nota stonata, il silenzio, l’errore. E invece in questo disco, cari amici italoreddiani, la signora Myra Ellen Amos preferisce spesso le pantofole di un’esoterismo da centro commerciale.
Peccato. Perché quando sbatte le ciglia e sussurra la verità, anche tra i sessantenni, beh, il cuore fa ancora bum bum.



