
Gemelli? Boh, Forse
Si dice che ognuno di noi ha una doppia anima...
by D&D
…Quello che state per leggere non è il prodotto di ricerche accademiche, ma divagazioni di un passante per caso intorno alla tecnologia.
Con chi credi di parlare? Internet senza persone.
Scorriamo, clicchiamo, mettiamo like, condividiamo e nel frattempo ci convinciamo di essere immersi in un gigantesco dialogo collettivo. Questa era la percezione dei social fino a qualche anno fa. Oggi il tutto è talmente interiorizzato nella nostra cultura che non stupisce più trovarsi nell’agorà virtuale a dialogare con persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza. Ma… saranno davvero persone reali?
L’altro giorno mi sono imbattuto in un video che mi ha aperto gli occhi. Studi recenti stimano che una percentuale significativa del traffico web sia generata da bot (crawler, spammer, click farm, sistemi automatici di engagement) e che una parte sempre più ampia di testi, video brevi e post sia assistita o generata da AI. Stiamo assistendo a una conversazione tra algoritmi che ogni tanto ci coinvolgono per educazione. Una quota sempre più ampia dei contenuti che leggiamo online non è scritta da persone, non è pensata da persone e spesso nemmeno letta da persone, ma generata, replicata e ottimizzata da sistemi automatici che hanno un solo obiettivo molto umano: catturare la nostra attenzione.
Ed ecco che i titoli degli articoli finiscono per snaturare completamente il contenuto che dovrebbero anticipare: “Il trucco segreto che le aziende non vogliono farti sapere!”, un titolo che suggerisce cospirazioni o rivelazioni clamorose e che poi, puntualmente, si risolve in consigli banali o ovvi. È lo strillone che vende il giornale in piazza. Ma l’internet che frequentiamo ogni giorno non è più una piazza, è una fabbrica. Il prodotto principale non sono le informazioni, ma i nostri micro-secondi di permanenza davanti a uno schermo. Like, visualizzazioni e commenti diventano la valuta di scambio e ogni click è un piccolo applauso che dice all’algoritmo “bravo, rifallo”, indipendentemente dal contenuto. Così la rete, nata come infrastruttura tecnica per lo scambio di dati tra università e poi diventata il sogno democratico in cui chiunque poteva pubblicare qualcosa, si è lentamente trasformata in una serie di recinti digitali dove pochi grandi attori decidono cosa vediamo, quanto a lungo lo vediamo e in che ordine.
Gli smartphone e le app hanno completato l’opera:
non navighiamo più, restiamo confinati, convinti di essere liberi mentre seguiamo percorsi ottimizzati al millimetro per tenerci lì dentro. È la religione del funnel, un tunnel digitale con lucine soffuse e musica di sottofondo, dove entri per curiosità, prosegui divertendoti e riemergi alla fine felice, appagato e leggermente più povero, convinto di aver fatto tutto di tua spontanea volontà.
Poi arrivano i bot,
che non dormono, non si stancano e soprattutto non chiedono compensi, e iniziano a produrre interazioni finte ma statisticamente perfette, perché a nessun algoritmo interessa se un like è autentico, interessa solo che sia numericamente credibile. Dal 2016 in poi la situazione diventa quasi comica: una quantità enorme di contenuti viene generata automaticamente, rilanciata automaticamente e valutata automaticamente, mentre noi discutiamo nei commenti cercando di capire se stiamo parlando con una persona, un software o una persona che si comporta come un software per piacere all’algoritmo. L’arrivo delle intelligenze artificiali generative accelera tutto e aggiunge un livello di surrealismo: sistemi capaci di scrivere testi fluidi e convincenti senza sapere se ciò che dicono è vero, falso, importante o irrilevante, perché per loro un articolo scientifico e un meme hanno lo stesso peso statistico. Il dettaglio più affascinante è che queste AI iniziano a essere addestrate anche sui contenuti prodotti da altre AI, creando un ecosistema che si autoalimenta, si ripete, si omogeneizza e lentamente perde qualsiasi traccia di esperienza vissuta. Nel frattempo i creatori umani imparano la lezione: non conviene essere originali, conviene essere riconoscibili, replicabili, aderenti a ciò che ha già funzionato, perché l’algoritmo non premia la creatività ma la prevedibilità. Il rischio è un internet sempre più artificiale, dove la popolarità è spesso simulata, la novità è una variazione sul tema e la verità diventa un effetto collaterale opzionale.
l’attenzione come valore economico
Tutto questo non è il frutto di un complotto, ma di tre forze piuttosto banali che si rafforzano a vicenda: l’attenzione come valore economico, la concentrazione del potere tecnologico e l’automazione dei contenuti. Così, mentre pensiamo di informarci, intrattenerci o partecipare, stiamo soprattutto addestrando sistemi che parlano tra loro usando noi come rumore di fondo.
La domanda finale, quindi, non è se l’intelligenza artificiale produrrà contenuti migliori, ma se a un certo punto ci accorgeremo che quelli umani sono diventati così rari da sembrare un bug del sistema. Nel frattempo possiamo continuare a scorrere serenamente, mettere like con convinzione e indignarci a comando, spesso senza andare oltre il titolo o l’immagine di copertina, confortati dall’idea che là fuori qualcuno — o qualcosa — stia ottimizzando tutto questo per noi, senza nemmeno chiederci se l’autore sia un essere umano o solo qualcosa che lo imita.
by D&D



