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CUT-OUTS – Scarti d’autore

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Big StarThird/Sister Lovers (1978): Il suono di una band che si sgretola producendo pura bellezza.

Il successo è un participio passato, il fallimento è un infinito.”Enrico Ruggeri

Esiste un luogo, nei pochi negozi di dischi superstiti, che somiglia a un cimitero monumentale ma senza la solennità del marmo. È il “cestino delle offerte”, quello dove i vinili sono ammassati senza ordine alfabetico, con il prezzo scarabocchiato sopra un’etichetta adesiva che copre metà della copertina. Per l’industria discografica, quelli sono i “cut-outs”: scarti di magazzino, errori di calcolo, investimenti andati a male. Eppure, se la storia della musica ci ha insegnato qualcosa, è che la verità non si trova quasi mai nelle bacheche dei dischi di platino, ma si nasconde proprio tra quei resti polverosi. Il fallimento commerciale, lungi dall’essere la fine di una carriera, è spesso il certificato di nascita di un mito.

Il primo grande equivoco della critica musicale

è pensare che la qualità di un’opera sia proporzionale alla sua ricezione immediata. La storia è piena di “disastri” che hanno cambiato il mondo. Prendiamo il caso emblematico di The Velvet Underground & Nico (1967). All’epoca della sua uscita, l’album fu ignorato dalle radio, stroncato dai critici e boicottato dai negozi per via dei suoi temi scabrosi. Eppure, quel disco non era un fallimento: era un telegramma inviato dal futuro che il 1967 non era ancora in grado di decifrare.

Brian Eno ha riassunto magistralmente il concetto: «Il primo disco dei Velvet Underground vendette solo trentamila copie, ma ognuno di quei trentamila acquirenti fondò una band». Qui risiede il paradosso del “suono del fallimento”: un disco che non vende può avere un impatto culturale infinitamente superiore a un successo da classifica. Mentre il pop di consumo riempie il presente, il disco “fallito” scava gallerie nel sottosuolo.

C’è una componente psicologica che lega l’ascoltatore al disco invenduto:

il mito della purezza. In un mondo dominato dal marketing, l’insuccesso diventa una prova di integrità artistica. Il caso di Nick Drake è, in questo senso, quasi sacrale. Drake morì nel 1974 convinto di essere un fallito, un fantasma che non era riuscito a lasciare traccia. Ma è stata proprio quella “sconfitta”, unita alla fragilità estrema delle sue composizioni, a creare un legame indissolubile con il pubblico dei decenni successivi. Lo stesso si può dire per Sixto Rodriguez, il cantautore di Detroit che sparì nel nulla mentre i suoi dischi, ignorati in America, diventavano inni di liberazione in Sudafrica a sua insaputa. Il fallimento crea un’aura di mistero che il successo, con la sua sovraesposizione solare, finisce inevitabilmente per bruciare.

Se nel mondo anglosassone il fallimento è spesso legato alla mancanza di vendite, in Italia è stato storicamente un fallimento di comprensione. Non si può parlare di “suono del fallimento” senza citare Piero Ciampi. Un artista che ha fatto della sconfitta la sua bandiera. I suoi dischi erano sistematicamente ignorati, i suoi concerti finivano spesso in rissa o nel vuoto. Come scrisse la critica anni dopo: «Ciampi non era un cantante, era un uomo che cadeva in pubblico». Oggi è considerato il più grande poeta maledetto della nostra canzone, ma in vita il mercato lo espulse come un corpo estraneo.

il paradosso di Sanremo

Allo stesso modo, il paradosso di Sanremo ci ha regalato le più grandi lezioni di “sconfitta feconda”. Vasco Rossi arrivò ultimo nel 1982 con Vado al massimo e penultimo nel 1983 con Vita Spericolata. In quegli anni, la giuria (e parte della critica) bocciava non solo una canzone, ma un’attitudine che non rientrava nei canoni del decoro nazionale. Come ha giustamente osservato Enrico Ruggeri: «Il successo è un participio passato, il fallimento è un infinito». Quell’infinito è ciò che permette a un’opera di continuare a vibrare ben oltre la durata di una stagione televisiva.

Un altro aspetto cruciale del fallimento è quello tecnico. Molti artisti che non potevano permettersi i costi esorbitanti degli studi di registrazione hanno trasformato il limite in linguaggio. Il “Lo-Fi” (bassa fedeltà) è nato come un fallimento tecnologico: suoni sporchi, registratori a cassetta che frusciano, voci sommerse. Eppure, album come Nebraska di Bruce Springsteen o l’intera discografia dei Guided by Voices hanno dimostrato che la perfezione è spesso nemica dell’emozione. In Italia, gruppi come i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti produssero un suono inizialmente considerato “invendibile” e “fastidioso”. Ferretti dichiarò: «Non ho mai cercato il successo, ho sempre cercato di non fare schifo a me stesso». Quella resistenza alla pulizia sonora ha creato la spina dorsale del rock alternativo italiano.

Dobbiamo poi interrogarci sul ruolo di chi scrive di musica. Il critico non deve essere un contabile dei successi, ma un rabdomante: deve saper cercare l’acqua dove tutti vedono solo deserto. Scrivere del “suono del fallimento” significa avere il coraggio di difendere un disco che tutti gli altri stanno ignorando.

Oggi, però, il panorama è cambiato

Nell’era dello streaming, un disco che non genera “numeri” nelle prime 48 ore viene sepolto dall’algoritmo. Non c’è più il tempo per “marcire” in un cestino dell’usato aspettando di essere riscoperti da un ragazzino curioso tra vent’anni. Se eliminiamo la possibilità del fallimento commerciale, stiamo eliminando anche la possibilità della sperimentazione estrema. Se un disco non ha il diritto di essere ignorato oggi, non avrà mai la possibilità di diventare un classico domani.

La storia della musica non è una marcia trionfale di successi, ma un ammasso caotico di detriti tra cui, ogni tanto, brilla un diamante grezzo rimasto nell’ombra. Il suono del fallimento ci insegna che la bellezza non è democratica e che il tempo è un giudice molto più onesto, e spesso più crudele, dei dati di vendita.

Oggi, in un sistema che cerca di prevedere i nostri gusti prima ancora che si formino, riscoprire i “cut-outs” è un atto di resistenza. È la prova che l’arte può sopravvivere al rifiuto del suo tempo per esplodere in quello di qualcun altro. La prossima volta che vi trovate davanti a un cestino di dischi a un euro, o che vi perdete negli angoli bui di un database digitale, non cercate le rassicurazioni del già noto. Cercate l’errore, la copertina sbagliata, il nome dimenticato.

In un mercato che premia l’ovvio, il fallimento resta l’ultimo baluardo della libertà creativa. È tra quegli avanzi impolverati che la musica smette di essere una transazione commerciale e torna a essere ciò che è sempre stata: un incontro clandestino.

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    Piero CiampiPiero Ciampi (1971): Il manifesto della solitudine in musica.
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    Sixto RodriguezCold Fact (1970): Il fantasma che divenne re in un altro continente.
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    DiaframmaSiberia (1984): Quando il post-punk italiano era troppo freddo per le classifiche, ma perfetto per la storia.

    by Manuela Buccioli

    Citazioni:

    Brian Eno: “Il primo disco dei Velvet Underground vendette solo trentamila copie, ma ognuno di quei trentamila acquirenti fondò una band

    Giovanni Lindo Ferretti: “Non ho mai cercato il successo, ho sempre cercato di non fare schifo a me stesso. Il resto è un incidente di percorso.”

    Piero Ciampi: «Io non sono un cantante, sono uno che cade in pubblico. E cadere è l’unica cosa che mi riesce bene senza sforzo.»

    Lou Reed (su Metal Machine Music): «Nessuno dovrebbe essere capace di ascoltare tutto questo disco dall’inizio alla fine. Io stesso non l’ho mai fatto. Ma è esattamente ciò che dovevo fare.»

    Vasco Rossi (sul doposcuola di Sanremo ’82): «Mi dicevano che ero un drogato, che non sapevo cantare, che ero finito. Invece ero solo l’unico che stava dicendo qualcosa di vero in mezzo a quel teatro di posa.»

    Nick Drake: «Se solo potessi sapere che la mia musica ha aiutato anche una sola persona a sentirsi meno sola, allora forse non sarebbe stato tutto inutile.»

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