
Ovvero, come i The Delines ci ricordano che l’America è (anche) una questione di sentimento
Cari lettori, ben ritrovati dal vostro Francesco. Mi scuso per la lunga pausa, ma vi ho lasciati in compagnia degli ottimi Manuela Buccioli e Fabrizio Germini.
Mi capita spesso, sfogliando i verbali di questo strano mestiere, di pensare a quanto sia cambiata la musica in questo paese. Ma poi arriva un disco come The Set Up dei The Delines e ti accorgi che, anche se dall’altra parte del mondo, per fortuna, la ruota continua a girare intorno agli stessi cardini: storie, voci, silenzi. E quella sottile linea rossa che lega il suono di una chitarra al battito del cuore. E ti viene nuovamente voglia di fare recensioni, anche se il tuo cuore è a pezzi per altri motivi.
Partiamo dall’inizio. Per chi non lo sapesse, i The Delines sono una creatura di Willy Vlautin, uno che nella vita, oltre a fare musica, scrive romanzi. E non romanzi qualunque, badate bene: parlo di quella letteratura americana che ti si appiccica addosso come la polvere del deserto, fatta di perdenti, di motel squallidi, di corse di cavalli e di esistenze ai margini. Uno che con i Richmond Fontaine ha segnato un’epoca e che nel 2012, ascoltando la voce di Amy Boone, ha avuto l’intuizione giusta: mettere da parte la sua chitarra e il suo cantato per costruire un suono nuovo intorno a quel timbro così particolare.
La Boone arriva dalle Damnations, band texana che qualcuno di voi con la memoria lunga ricorderà. Ha una voce che sembra uscita da un jukebox degli anni Sessanta, consumata ma mai stanca, calda come il sole del pomeriggio. E quando canta, non interpreta: vive le storie che Vlautin scrive per lei.
The Set Up: la recensione
Arriviamo al dunque. The Set Up, uscito il 6 marzo 2026 per Decor Records, è il loro quinto album in studio. E già il titolo è tutto un programma. “La trappola”, “L’imboscata”. Ma anche, in gergo, “La messa in scena”. Perché qui di messa in scena si tratta, ma nel senso più nobile del termine: siamo dentro a un teatro di marionette umane, dove ognuno recita la parte di se stesso.
Dodici tracce che si dipanano come un racconto di Raymond Carver messo in musica. Si parte con “The Set Up Part 1” per poi tuffarsi in “Can You Get Me Out Of Phoenix?“, che è già una dichiarazione d’intenti. Phoenix, l’Arizona, il deserto. La voglia di scappare da un posto che ti tiene prigioniero. E poi “Dilaudid Diane“, che non è solo un titolo, è un ritratto. Diane, la sua dipendenza, la sua lotta.
Ma il pezzo che mi ha fatto scattare qualcosa è “The Reckless Life“. Qui la Boone dà il meglio di sé, con quel suo modo di stare sulle note come se avesse paura di cadere. E invece non cade mai. E intorno a lei, la band: Cory Gray ai tasti e alla tromba, che disegna atmosfere da night club fumoso, Sean Oldham alla batteria, Freddy Trujillo al basso. E naturalmente Vlautin alla chitarra, che si mette in disparte ma si sente sempre, come un regista che osserva la scena dal fondo della sala.
La storia dietro le storie
C’è un dettaglio che pochi sanno. The Set Up nasce da canzoni che Vlautin aveva scartato durante le sessioni del precedente lavoro, Mr. Luck & Ms. Doom. Le aveva messe da parte, come si fa con gli appunti che non sembrano funzionare. Poi, chissà, forse una notte, rileggendoli, ha capito che quelle storie meritavano di vivere. E così le ha riprese, lavorate, cesellate. Fino a farne questo album.
E qui veniamo al punto. In un’epoca in cui tutti corrono, in cui si pubblica un singolo a settimana e si cancella tutto dopo un mese, i The Delines rappresentano l’esatto opposto. Sono la lentezza, la cura, l’attenzione al dettaglio. Sono quel modo di fare musica che richiede tempo, che aspetta che le cose maturino.
La storia della band, del resto, è costellata di attese. Dopo il debutto folgorante di Colfax nel 2014, e il piccolo gioiello Scenic Sessions dell’anno dopo, nel 2016 arriva la mazzata: Amy Boone viene coinvolta in un grave incidente d’auto. Nove operazioni, mesi di riabilitazione, lunghi periodi di immobilità. E la band si ferma. Non per scelta, ma perché senza di lei non avrebbe avuto senso andare avanti.
Riappaiono nel 2019 con The Imperial, un disco che profuma di rinascita e di lotta. La Boone torna in scena e si sente: quella voce ha una crepa in più, una consapevolezza diversa. E poi The Sea Drift nel 2022, The Night Always Comes nel 2023. E ora The Set Up.
Le altre canzoni da non perdere
Per chi volesse avvicinarsi a questa band, consiglio qualche ascolto propedeutico. Da Colfax assolutamente “State Line” e “Calling In“, due gioielli di songwriting. Da The Imperial non perdete “Eddie and Polly“, che è un piccolo capolavoro di narrazione in musica: la storia di due amanti che si cercano e si perdono, con un arrangiamento da brividi. E da The Sea Drift, beh, io ho un debole per “Kid Codeine“, ma anche “All Along The Ride” merita davvero.
Il senso delle cose
Torno a The Set Up. L’ho ascoltato in queste sere di marzo, con la pioggia che batteva sui vetri. E mi sono chiesto: ma quanti sono ancora disposti ad ascoltare storie come queste? Quanti hanno ancora la pazienza di sedersi e lasciarsi raccontare la vita di Diane, o di chi cerca di uscire da Phoenix, o di chi cammina con le maniche abbassate?
Pochi, probabilmente. Ma a questi pochi, io dico: non lasciatevelo scappare. Perché i The Delines sono una di quelle band che non ti tradiscono mai. Quando pubblicano un disco, sai già cosa troverai: onestà, mestiere, emozione.
E in un’epoca di fumo e di specchi, di autotune e di pose, è già tantissimo.
Sempre vostro
F. Cinquetti



