Ammettiamolo: abbiamo sentito storie anche più strane.
Ma questa merita davvero qualche minuto di attenzione.
Che ne direste se, la prossima volta che apriamo una bottiglia d’acqua, invece di buttarla nel contenitore della plastica potessimo trasformarla in un biscotto?
Non è una provocazione. È esattamente la direzione verso cui sta lavorando un gruppo di ricercatori della Southern Illinois University.
by O. D. B. – 10 Settembre 2026
Il risultato, almeno a prima vista, lascia un po’ perplessi: un biscotto stampato in 3D, chiamato µBites, ottenuto utilizzando anche carbonio proveniente da plastica e scarti vegetali. Insomma, una merenda dal passato decisamente eccentrico.
Il progetto nasce da una domanda apparentemente semplice: se la plastica è fatta principalmente di carbonio e anche il cibo contiene carbonio, perché non provare a trasformare l’uno nell’altro?
È proprio ciò che si sono chiesti i ricercatori guidati da Lahiru Jayakody, professore associato alla Southern Illinois University di Carbondale, nell’ambito di un progetto finanziato dalla NASA per sviluppare nuovi sistemi di produzione alimentare destinati alle missioni nello spazio profondo.
“Stavamo cercando di sviluppare tecnologie per il riciclo della plastica al fine di creare prodotti di maggior valore. Ci siamo chiesti: perché non concentrarci sulla produzione di cibo? Perché la plastica è carbonio e il cibo è carbonio”.
La dichiarazione di Jayakody ci dice già tutto: non eliminare semplicemente un rifiuto, ma riutilizzare gli atomi che lo compongono per costruire qualcosa di nuovo.
Dalla bottiglia al lievito
Una delle plastiche più diffuse al mondo è il polietilene tereftalato, meglio conosciuto come PET. È il materiale con cui vengono prodotte moltissime bottiglie di acqua e bibite e, proprio per la sua struttura ricca di carbonio, rappresenta un possibile candidato come materia prima per il progetto.
Naturalmente non stiamo parlando di prendere una bottiglia, farla a pezzi e aggiungerla all’impasto nella planetaria in cucina. In questa ricetta, infatti, il passaggio fondamentale è riuscire a rendere quel carbonio accessibile ai microrganismi.
Per farlo, i ricercatori utilizzano insieme al PET anche steli, foglie di mais e altre biomasse di scarto, sottoponendoli a un processo chiamato dissoluzione idrotermale ossidativa. Il metodo, sviluppato dal geologo della SIU Ken Anderson, utilizza acqua e ossigeno ad alta temperatura e pressione per scomporre materiali molto resistenti in molecole più semplici.
A questo punto entrano in scena i veri chef della nostra preparazione: i lieviti.
Jayakody e la studentessa di dottorato Sandhya Jayasekara hanno utilizzato diversi microrganismi, tra cui Saccharomyces cerevisiae (il comune lievito di birra) e Rhodosporidium toruloides. Attraverso l’ingegneria genetica e l’evoluzione adattativa in laboratorio, questi organismi sono stati messi nelle condizioni di utilizzare le molecole ottenute dai rifiuti come fonte di carbonio.
Ed è qui che la bottiglia comincia davvero a cambiare identità.
I lieviti trasformano quelle molecole in una serie di nuovi ingredienti: proteine, grassi, acidi e altri composti utili alla formulazione alimentare. In altre parole, i microrganismi funzionano come minuscole fabbriche biologiche capaci di prendere una materia prima che per noi è inutilizzabile, e ricostruirla sotto forma di molecole che possono avere un valore completamente diverso.
Del resto, non sarebbe una novità assoluta usare microrganismi come “fabbriche”. È già quello che facciamo, per esempio, per produrre l’insulina: alcuni microrganismi vengono programmati per sintetizzare molecole che un tempo dovevano essere ottenute dal pancreas degli animali.
“I microbi sono molto intelligenti. Quindi, stiamo sfruttando le loro caratteristiche per risolvere i problemi che abbiamo creato”, spiega Jayakody.
E poi arriva il biscotto
Una volta ottenute le proteine e le altre componenti, il materiale viene combinato con fibre, amido e dolcificanti e trasformato in biscotti attraverso una stampante 3D: i µBites, piccoli snack progettati inizialmente soprattutto per situazioni nelle quali le risorse sono limitate.
Ma un alimento, anche se destinato a un astronauta, non può essere soltanto nutriente. Deve anche essere, possibilmente, qualcosa che una persona abbia voglia di mangiare.
Jayasekara ha dovuto così tirar fuori la cuoca ch’è in lei e lavorare anche su gusto, consistenza, aroma e colore dei biscotti, correggendo e modificando ulteriormente i microrganismi utilizzati: un ceppo di S. cerevisiae è stato ingegnerizzato per produrre vanillina, la molecola responsabile del caratteristico aroma della vaniglia, utilizzando acido ferulico proveniente dalla biomassa, un altro microrganismo, R. toruloides, è stato invece adattato per utilizzare il glicole etilenico derivato dal PET e produrre β-carotene, un precursore della vitamina A.
Così, paradossalmente, anche il sapore di vaniglia e una parte del valore nutrizionale del biscotto possono arrivare dalla stessa logica: dare ai microbi un rifiuto e lasciare che siano loro a trasformarlo.
“Stiamo usando i microbi per sviluppare il biscotto in un prodotto più attraente e gradito ai consumatori”, afferma Jayasekara.
Prima dello spazio, però, c’è la Terra
Naturalmente siamo ancora lontani dal vedere biscotti fatti con vecchie bottiglie sugli scaffali dei supermercati.
I ricercatori hanno dimostrato che i µBites sono sicuri da mangiare sulla base dei dati ottenuti, ma sono ancora in attesa dell’approvazione istituzionale necessaria per procedere con veri test di assaggio. Per ora, le valutazioni sull’aroma sono state positive e la maggior parte dei partecipanti ha dichiarato che sarebbe disposta a consumarli in condizioni di scarsità di risorse.
L’obiettivo, però, non è necessariamente limitare la tecnologia agli astronauti.
Il progetto nasce dalla NASA Deep Space Food Challenge, dove il problema è quasi fantascientifico ma concretissimo: come produrre abbastanza cibo quando non possiamo semplicemente rifornirci dalla Terra?
In un’ipotetica missione verso Marte, trasportare enormi quantità di cibo sarebbe estremamente costoso, e anche i rifiuti diventerebbero un problema. Un sistema capace di trasformare materiali di scarto in nuove risorse potrebbe quindi assumere un valore davvero rilevante.
Ma la stessa logica potrebbe essere utilizzata sulla Terra, in luoghi colpiti da disastri naturali, su sottomarini o in altri ambienti nei quali le risorse alimentari siano difficili da reperire.
E soprattutto potrebbe mettere insieme due problemi che, normalmente, affrontiamo separatamente: l’inquinamento da plastica e l’insicurezza alimentare.
Secondo Jayakody, “Si prevede che la domanda globale di cibo aumenterà del 35-56% entro il 2050 e circa il 30% della popolazione mondiale sarà a rischio di fame in futuro. Credo che la soluzione a questo problema sia l’utilizzo dei microbi”.
Per favore! Non chiamatelo “biscotto di plastica”
La parte più interessante di µBites, forse, è proprio questa: non stiamo mangiando plastica.
Stiamo osservando un processo nel quale il carbonio contenuto in un materiale che consideriamo rifiuto, viene liberato, trasformato e incorporato in nuove molecole grazie all’intervento di organismi viventi.
È una distinzione importante, perché cambia completamente il modo in cui guardiamo al problema.
Per decenni abbiamo pensato al riciclo soprattutto come a un modo per recuperare un oggetto e trasformarlo in un altro oggetto. Qui, invece, il passaggio è più radicale: non interessa più conservare la forma della materia, ma recuperarne i mattoni chimici.
Una bottiglia non deve necessariamente tornare a essere una bottiglia. Il suo carbonio può diventare qualcos’altro…persino un biscotto.
E forse è proprio questo il dettaglio più curioso dell’intera ricerca: la cosa davvero rivoluzionaria non è aver trovato un modo strano per preparare uno snack, ma aver cominciato a considerare i rifiuti come materia prima per la biologia.
Obiettivamente, una bottiglia di plastica e un biscotto sembrano decisamente appartenere a due mondi completamente diversi…per noi.
Per i microbi, invece, non vi è praticamente differenza. Per loro, alla fine, sono soltanto molecole da riorganizzare.
Compito decisamente più arduo, invece, è il nostro: riorganizzare le nostre convinzioni su cosa ha valore e cosa non lo ha.
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