Il GPS ci ha resi stupidi, e ce ne freghiamo

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Gemelli? Boh, Forse
Si dice che ognuno di noi ha una doppia anima...
by D&D

…Quello che state per leggere non è il prodotto di ricerche accademiche, ma divagazioni di un passante per caso intorno alla tecnologia.

Ho vissuto per un certo periodo a Roma nell’era pre-GPS intorno agli anni 90. Roma è una città enorme. Per andare in un posto nuovo dovevo studiarmi lo stradario. Quello più usato era il famoso TuttoCittà distribuito con gli elenchi telefonici. (Per chi non lo sapesse gli elenchi di Roma erano due grossi mattoni fatti di fogli pieni di numeri, utili per contattare qualcuno che non ci aveva lasciato il numero, sperando di trovarlo a casa.) Ogni auto che si rispettasse aveva uno stradario nel cruscotto, come si tiene il triangolo nel bagagliaio.

Prima di ogni uscita in territorio “ostile” dovevo studiare il percorso: via tale, poi giro a destra, poi il semaforo dopo la chiesa, poi fermarsi a consultare o chiedere a qualche passante.

La cosa più comoda, quando possibile, era avere qualcuno seduto accanto che ti desse indicazioni in tempo reale. Un navigatore umano. Caldo, impreciso, capace di dirti “gira a via x” mezzo secondo dopo che eri già passato. Poi, prima il Tom Tom e dopo Google Maps, hanno cambiato tutto. Da quel momento, Roma — tutta Roma, con i suoi vicoli, i suoi sensi unici assurdi, le piazze che compaiono dal nulla — è diventata improvvisamente navigabile. Democratica. Alla portata di chiunque avesse uno smartphone e un piano dati.

Tutto risolto, no? Non proprio. O meglio: il problema della navigazione è risolto, ma ne è comparso uno nuovo… più interessante.

Nel 1998, due filosofi, Andy Clark e David Chalmers, pubblicarono un saggio destinato a fare rumore: The Extended Mind (La mente estesa). La tesi, in estrema sintesi, era questa: la mente umana non finisce nel cranio. Si estende negli strumenti che usiamo, nei taccuini su cui scriviamo, negli oggetti che manipoliamo. Se uso un notes per ricordare qualcosa, quel notes è, in un certo senso, parte della mia memoria. All’epoca sembrava un’idea provocatoria. Oggi sembra banalmente ovvia — e questo dovrebbe farci riflettere.

Il GPS non ci dà solo indicazioni stradali. Sostituisce una funzione cognitiva precisa: la costruzione della mappa mentale. Quella capacità di interiorizzare lo spazio, di sapere istintivamente che “il nord è di là” e che “se giro a sinistra torno verso casa”. I tassisti di Londra, famosi per dover imparare a memoria l’intera città (un esame che si chiama The Knowledge), hanno un ippocampo — la zona del cervello legata alla navigazione spaziale — misurabilmente più grande della media. Usare quella capacità la potenzia. Non usarla cosa farà? Ma prima di cadere nella trappola del “si stava meglio quando si stava peggio”, dobbiamo fare un passo indietro.

Gli esseri umani delegano funzioni cognitive agli strumenti da sempre. Platone ci dice che Socrate era contrario alla scrittura, convinto che avrebbe indebolito la memoria… Però sappiamo questo solo perché Platone l’ha scritto. La calcolatrice ha “distrutto” il calcolo mentale ed i libri la tradizione orale. Ogni volta qualcuno si è lamentato. Ogni volta abbiamo guadagnato qualcosa da un’altra parte. Il GPS ci ha liberati dallo stradario e ci ha permesso di guardare il paesaggio, fare conversazione e pensare ad altro mentre guidiamo… forse. Il punto non è se deleghiamo. È cosa deleghiamo, e a chi.

Qui si apre la parte interessante della questione. Il TomTom e Google Maps non sono soltanto strumenti neutrali. Hanno una visione del mondo. Ottimizzano per velocità, o per distanza, o per consumi. Decidono che alcune strade esistono e altre no. A volte mandano i camion sotto i ponti troppo bassi. A volte portano i turisti in vicoli medievali dove le auto non entrano da secoli. E noi seguiamo. Quasi sempre. Perché Google sa. Google ha i dati. Google ha visto più strade di noi.

C’è un nome per questo: automation bias. La tendenza a fidarsi del sistema automatico più di quanto ci fidiamo di noi stessi, anche quando i nostri sensi ci dicono che qualcosa non va. Piloti che ignorano segnali di allarme perché il sistema diceva che andava tutto bene. Medici che si fidano della diagnosi dell’algoritmo più della propria esperienza clinica. Automobilisti che finiscono nel lago perché il GPS diceva di girare a destra. 

Tutto questo era già abbastanza preoccupante prima che arrivasse l’AI. Ora non stiamo solo delegando la navigazione spaziale. Stiamo delegando il ragionamento, la scrittura, la sintesi, le decisioni. Stiamo costruendo un GPS per il pensiero.

La domanda di Clark e Chalmers si ripresenta, più urgente: se la nostra mente si estende agli strumenti che usiamo, e gli strumenti diventano sempre più capaci fino a ragionare al nostro posto, dove finisce la nostra mente e dove inizia la macchina?

Il punto non è difendere il muscolo cognitivo contro la macchina. È una battaglia persa in partenza. Bisogna capire quali capacità vale la pena tenere allenate, non solo perché possono essere utili, ma perché ci rendono più umani, più presenti, più capaci di stupirci dello spazio intorno a noi.

Non posso dire di conoscere Roma, ma alcune parti le ho imparate. Girando a piedi, sbagliando strada, fermandomi a chiedere, alcune zone rimangono incise da qualche parte.  E forse lo sforzo di imparare le strade e ricordare i percorsi ha formato delle connessioni nel mio cervello che fanno di me quello che sono. Magari se non avessi dovuto usare quella parte del cervello per fare quello avrei imparato meglio ad usare i social. Quello che so è che lo stradario non ce l’ha più nessuno. Nessuno riceve più  gli elenchi telefonici. Però ancora mi resta una domanda… che fine ha fatto il Tom Tom???

by D&D

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