Vita Aliena: va cercata nel modo in cui si organizzano le molecole?

by O. D. B. – 24 Mag. 2026

Da decenni, la ricerca della vita extraterrestre assomiglia a una gigantesca caccia al tesoro…chimico.

Tutto ebbe inizio nel 1976, con la ricerca robotica sul campo (alla dichiarata ricerca di microbi o vita passata nel Sistema Solare), con le sonde Nasa Viking 1 e Viking 2 atterrate su Marte. Le due sonde eseguirono i primi esperimenti biologici automatizzati per cercare tracce metabolizzate nel suolo marziano.

Da allora, gli scienziati continuarono a cercare ossessivamente molecole: acqua, ammoniaca, metano, ossigeno, ozono, amminoacidi, basi azotate, acidi grassi. Ogni missione spaziale che perfora un suolo alieno o attraversa i pennacchi ghiacciati di una luna lontana porta con sé sempre la stessa domanda: cosa dobbiamo trovare per poter dire che lì, un tempo, c’era vita?

…ma se la domanda fosse sbagliata?

Secondo un nuovo studio, pubblicato lo scorso 11 maggio su Nature Astronomy, il vero indizio potrebbe non essere rappresentato dalle molecole in sé, ma dall’ordine nascosto che le collega. Non quali molecole esistono, quindi, ma come sono distribuite. E la differenza è enorme.

Il paradosso dell’astrobiologia

C’è una difficoltà di tipo speculativo, quasi filosofica, nella ricerca della vita oltre la Terra: molti dei mattoni fondamentali della biologia possono nascere ed esistere anche senza biologia.

Amminoacidi e acidi grassi, ad esempio, non sono automaticamente sinonimo di organismi viventi. Sono stati trovati nei meteoriti, nelle comete, prodotti in laboratorio e osservati in processi puramente chimici.

Così come per idrocarburialcoli e precursori di amminoacidi come la glicina: rilevate nelle enormi nubi interstellari.

L’universo, a quanto pare, è perfettamente capace di costruire “pezzi” della vita anche senza la vita stessa.

La complessità dell’astrobiologia moderna: grande e onerosa

“L’astrobiologia è fondamentalmente una scienza forense”, ha affermato Gideon Yoffe, ricercatore post-dottorato presso il Weizmann Institute of Science e primo autore dello studio. “Cerchiamo di dedurre i processi da indizi incompleti, spesso con dati molto limitati raccolti da missioni straordinariamente costose e poco frequenti.”

In pratica, gli scienziati lavorano come investigatori arrivati troppo tardi sulla scena del crimine. Non vedono la vita: vedono le sue possibili tracce residue, degradate, alterate, spesso ambigue.

Ed è qui che nasce l’idea di questo nuovo studio.

La vita diventa uno “schema”

I ricercatori hanno deciso di smettere di guardare le molecole solo come tali e di concentrarsi invece sul modo in cui esse si organizzano.

“Stiamo dimostrando che la vita non produce solo molecole”, ha affermato Fabian Klenner, professore assistente di scienze planetarie presso l’University of California Riverside e coautore dello studio. “La vita produce anche un principio organizzativo che possiamo osservare applicando la statistica.”

Detta così sembra quasi astratta. Ma l’idea è sorprendentemente intuitiva.

Pensiamo a una spiaggia. Se le onde distribuiscono casualmente delle conchiglie sulla sabbia, emergerà un certo schema. Ma se quelle conchiglie vengono organizzate da qualcuno (per forma, colore o dimensione) il risultato finale avrà una struttura inevitabilmente diversa.

Secondo il team, la vita farebbe qualcosa di simile con la chimica.

Un’idea presa in prestito dall’ecologia

Per affrontare il problema, i ricercatori hanno utilizzato un approccio statistico normalmente impiegato in ecologia per misurare la biodiversità.

Gli ecologi studiano due elementi fondamentali:

·         la ricchezza, cioè quante specie sono presenti;

·         l’uniformità, cioè quanto queste specie sono distribuite in modo equilibrato.

Yoffe aveva incontrato per la prima volta questo metodo durante il suo dottorato in statistica e scienza dei dati, dove strumenti simili venivano utilizzati per analizzare sistemi complessi, persino antiche culture umane. Il team ha deciso di applicare la stessa logica alla chimica extraterrestre: i risultati sono stati sorprendenti.

La chimica della vita è meno casuale di quanto crediamo

Utilizzando circa 100 set di dati già esistenti, i ricercatori hanno confrontato campioni provenienti da microbi, suoli, fossili, meteoriti, asteroidi e materiali sintetici creati in laboratorio. È emerso un modello ricorrente.

Gli amminoacidi presenti nei campioni biologici risultavano costantemente più diversificati e distribuiti in modo più uniforme rispetto a quelli originati da processi non viventi. Negli acidi grassi, invece, il comportamento appariva invertito: i sistemi abiotici mostravano una distribuzione più uniforme rispetto a quelli biologici. Non era quindi la singola molecola a fare la differenza, ma la struttura statistica complessiva. I campioni biologici sembravano portare una sorta di “firma organizzativa”.

La sorpresa più grande

La cosa che ha colpito maggiormente i ricercatori non è stata soltanto l’efficacia del metodo, ma la sua resilienza.

“È stata una vera sorpresa”, ha affermato Klenner. “Il metodo ha colto non solo la distinzione tra vita e non vita, ma anche i gradi di conservazione e alterazione.”

In altre parole, il sistema riusciva a riconoscere tracce biologiche persino quando il materiale era fortemente degradato.

Tra gli esempi più affascinanti dello studio ci sono anche gusci d’uovo di dinosauro fossilizzati che, nonostante milioni di anni di trasformazioni chimiche, conservavano ancora una sorta di “impronta statistica” della vita. È quasi una forma di eco matematica del biologico.

Una nuova biosignatura che non cerca “la Terra”

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è forse questo: il metodo potrebbe essere meno dipendente dalla biologia terrestre rispetto alle tecniche tradizionali

Molte biosignature classiche, infatti, cercano qualcosa che assomigli alla vita come la conosciamo noi. Ma cosa accadrebbe se altrove la vita avesse seguito strade chimiche differenti?

Secondo i ricercatori, osservare l’organizzazione statistica potrebbe permettere di riconoscere sistemi viventi anche senza sapere esattamente che tipo di vita stiamo cercando: un cambio di prospettiva enorme.

Non più “troviamo questa molecola, quindi forse c’è vita”, ma “questo sistema chimico sembra organizzarsi come fanno i sistemi viventi.”

Il vantaggio più importante

C’è poi un dettaglio estremamente pratico.

Questo approccio non richiede necessariamente nuovi strumenti futuristici. Potrebbe essere applicato anche ai dati già raccolti (o che verranno raccolti) dalle missioni spaziali esistenti.

E questo è cruciale.

Le sonde che esplorano MarteEuropa Encelado hanno limiti enormi di peso, energia e complessità strumentale. Ogni nuova tecnica che riesce a “estrarre” più informazioni dagli stessi dati diventa quindi preziosissima.

“Il nostro approccio rappresenta un ulteriore metodo per valutare se in quel luogo potesse esserci stata vita”, ha affermato Klenner. “E se diverse tecniche puntano tutte nella stessa direzione, allora questo diventa uno strumento molto efficace.”

Quell’ordine che va oltre la “semplice” logica

Naturalmente, i ricercatori si mantengono prudenti. Nessuno sostiene che basti un algoritmo statistico per annunciare la scoperta della vita extraterrestre.

“Qualsiasi futura affermazione di aver trovato la vita richiederebbe molteplici linee di prova indipendenti, interpretate nel contesto geologico e chimico di un ambiente planetario”, ha ricordato Klenner.

Eppure, questa ricerca apre una possibilità quasi poetica.

La vita nell’universo potrebbe essere riconoscibile non solo nella materia di cui è fatta, ma anche dal modo in cui quella materia smette di essere casuale.

Quel confine tra chimica e biologia, fino ad oggi inconfutabile appannaggio di una sostanza specifica, svanisce, per lasciare emergere, invece, unordine ineluttabile, tanto da sopravvivere nei fossili di dinosauro…tanto da attraversare il cosmo.

“Per i credenti, Dio si trova all’inizio del cammino; per gli scienziati, alla fine di ogni riflessione.”

Max Planck 

Fonti:

https://news.ucr.edu/articles/2026/05/11/new-method-sharpens-search-alien-biology

https://www.nature.com/articles/s41550-026-02864-z

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