Karma Chameleon, versione 2.0: vinile, vintage e un po’ di IA


C’è un vecchio adagio nel mondo della musica che suona più o meno così: non firmare mai niente se hai la luna nei denti e la voglia di fama che ti ronza nelle orecchie.

Perché i contratti, si sa, sono come i camaleonti: cambiano colore a seconda della luce, ma il colore che preferiscono è quello dei soldi, e finiscono quasi sempre per essere dalla parte di chi li ha scritti.

George O’Dowd, che per tutti è semplicemente Boy George, lo ha scoperto a sue spese.

by F. Cinquetti – 18 Giugno 2026

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Perché proprio “Karma Chameleon”?

Per chi non lo sapesse, il titolo venne quasi per caso, durante una jam session in studio. La canzone, inizialmente, si chiamava semplicemente “Karma”. Ma a Boy George, che all’epoca aveva una passione sfrenata per i camaleonti (ne possedeva addirittura uno in casa, di nome “Elvis”), venne l’idea di aggiungere quel “Chameleon” che avrebbe reso il titolo indimenticabile. E il ritornello, con quel “Karma Karma Karma Karma Karma Chameleon” ripetuto come un mantra ipnotico, nacque in un pomeriggio di noia nello studio di registrazione, mentre il produttore Steve Levine cercava disperatamente un gancio che facesse decollare il brano. Lo trovò. E il resto, come si dice, è storia.

E adesso, a sessantaquattro candeline spente proprio il 14 giugno (il giorno dell’uscita), ha deciso di riprendersi ciò che è suo. Con un’arma che molti guardano con sospetto: l’intelligenza artificiale.

La notizia, che ha fatto il giro del mondo in poche ore, è questa: i Culture Club hanno rifatto “Karma Chameleon”. Non una semplice ristampa rimasterizzata, non un “nuovo mix” per celebrare i quarant’anni. No. Hanno reinciso il brano da capo, usando l’AI per ricreare la voce di Boy George del 1983, quella di un ventiduenne che con un cappello a cilindro e una treccia lunghissima conquistava le classifiche di mezzo mondo. Il risultato, ascoltato in anteprima, è un piccolo capolavoro di equilibrismo tecnologico. La voce è quella di una volta (“un’altra take dalla sessione originale”, l’ha definita lo stesso George) ma con un calore e una profondità che solo l’esperienza di una vita possono regalare.

Quel video che fece epoca

E come dimenticare il videoclip che accompagnava il brano? Girato sul fiume Mississippi, con Boy George e la band vestiti come improbabili cowboys vittoriani su un battello a vapore, costò all’epoca la cifra astronomica di 100.000 sterline. Una follia per l’epoca. Ma funzionò. Il video, con i suoi colori saturi e quell’immagine di George che sventola un fazzoletto rosso come una diva del varietà, divenne un culto assoluto di MTV, contribuendo in modo decisivo al successo planetario del brano. E chissà se questa nuova versione avrà un nuovo video, magari con lo stesso George che, anziché il fazzoletto, sventola un vecchio contratto discografico.

Il lato B e le altre facce del singolo

Per i collezionisti e i maniaci del dettaglio, vale la pena ricordare che il lato B del singolo originale era “Culture Club”, un brano strumentale che non ebbe mai la stessa fortuna. E che la canzone venne pubblicata in innumerevoli edizioni in tutto il mondo, con copertine diverse a seconda del paese: in Giappone, ad esempio, uscì con una foto di Boy George truccato da geisha, mentre in Germania preferirono un’immagine più sobria della band in bianco e nero. Piccole curiosità che, in un’epoca in cui tutto si consuma in uno streaming, forse dicono poco. Ma che raccontano di un mondo in cui un singolo era ancora un oggetto, un feticcio, un pezzo di carta e vinile da toccare.

La mossa, in realtà, è tutt’altro che una boutade nostalgica. È un colpo da maestro, il lancio di una nuova avventura imprenditoriale chiamata Artist Included, una società che si propone di fare per gli artisti quello che i contratti discografici degli anni Ottanta si sono ben guardati dal fare: dare il controllo. Perché il punto, cari lettori, è sempre quello. I master. I famigerati nastri originali che valgono oro e che, troppo spesso, restano incastonati nelle cassaforti di major che li hanno acquisiti per quattro spiccioli.

La scintilla che ha fatto scoccare l’idea, come racconta il manager di George, Paul “PK” Kemsley, è stata una recente licenza commerciale per “Karma Chameleon” concessa a Richard Branson per la sua Virgin Voyages. Un affare da quattro milioni di dollari, pare. E Boy George, il ragazzo che quella canzone l’ha scritta insieme a Roy Hay, Mikey Craig, Jon Moss e Phil Pickett, non ha visto un centesimo. Niente. Nada. Zero. “Karma’s a bitch”, ha commentato lui, con quel suo sorriso tra il beffardo e il rassegnato. E la giustizia poetica, in questo caso, si chiama “re-recording”.

Phil Pickett, il quinto Culture Club

Un nome, quello di Phil Pickett, che spesso viene dimenticato. Eppure, fu proprio lui a scrivere insieme a George il celebre giro di tastiere che apre il brano, quell’arpeggio ipnotico che è entrato nella storia della musica pop. Pickett, all’epoca, era il tastierista di supporto della band, ma il suo contributo alla scrittura fu così determinante che gli valse un credito come co-autore. Oggi, a distanza di quarant’anni, Pickett vive in Australia, lontano dai riflettori, e chissà se anche lui, come Moss, resterà escluso dai proventi di questo nuovo master. Una beffa nella beffa, se ci pensate.

1983: l’anno che cambiò tutto

Per capire l’importanza di “Karma Chameleon”, bisogna fare un salto indietro al 1983. Un anno magico per la musica: uscivano “Thriller” di Michael Jackson, “Synchronicity” dei Police, “Let’s Dance” di David Bowie. E i Culture Club, con quel loro pop colorato e senza tempo, riuscirono a ritagliarsi un posto d’onore tra giganti, portando a casa il singolo più venduto dell’anno in Inghilterra. Sei settimane al numero uno, battendo persino gli Eurythmics e il loro “Sweet Dreams”. Un’impresa che, per una band che due anni prima suonava nei pub di Camden con quattro persone in sala, aveva davvero del miracoloso. E che, tra l’altro, valse loro un Brit Award come “Miglior rivelazione britannica”, battendo una certa Annie Lennox. Ma questa è un’altra storia.

La storia dei Culture Club

è talmente intrisa di gossip, liti, amori nascosti e successi stratosferici da meritare un romanzo. Ma per chi non avesse la pazienza di un volume, basti ricordare che fu Malcolm McLaren, dal suo negozietto di dischi di King’s Road, ad avviare alla carriera il giovane George, esattamente come aveva già fatto con i Sex Pistols qualche anno prima.

A differenza dei Pistols, però, George non aveva bisogno di essere provocatorio: gli bastava indossare un cappello a cilindro e sorridere. La band, formatasi nel 1981 dalle ceneri di un precedente gruppo chiamato Sex Gang Children, era composta da Boy George (voce), Mikey Craig (basso), Roy Hay (chitarra e tastiere) e Jon Moss (batteria). Proprio Jon Moss, va detto, era molto più di un semplice compagno di band. Era il segreto peggio custodito degli anni Ottanta, il fidanzato di George. La loro relazione, durata quattro anni, fu un vortice di passione e litigi che contribuì non poco allo scioglimento del gruppo nel 1986, un paio d’anni dopo il clamoroso flop di Waking Up with the House on Fire e il declino segnato dalla dipendenza da eroina di George.

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Il ritorno e la famigerata tournée del 1999

Dopo lo scioglimento, i Culture Club si sono riuniti più volte, ma non sempre con felici risultati. La reunion più discussa fu quella del 1999, quando la band, in piena era Britpop, decise di rimettersi in gioco con un tour che doveva segnare il loro ritorno trionfale. Invece, fu un disastro: Boy George e Jon Moss, ancora pieni di rancore, litigavano sul palco davanti a un pubblico che non aveva dimenticato i vecchi successi ma faticava a perdonare le vecchie ruggini. Il tour venne interrotto dopo poche date, e la band si sciolse di nuovo. Ci vollero altri quindici anni perché le acque si calmassero e, finalmente, nel 2014, i quattro si riunissero per un tour che stavolta, per miracolo, funzionò. Ma la ferita, si sa, è rimasta.

Tornando a noi

Questa nuova versione di “Karma Chameleon” (che, ricordiamolo, troneggia al primo posto delle classifiche inglesi per sei settimane nell’autunno del 1983, diventando il singolo più venduto dell’anno e aggiudicandosi un Brit Award) è il primo frutto di questa rivoluzione gentile. L’AI, qui, non è usata per creare un deepfake o per rubare la voce a qualcuno, ma per un’operazione di “de-aging”, una specie di trucco digitale che sembra uscito da un film di Martin Scorsese. La voce registrata oggi da Boy George, che ammette di sentirsi come “un cantante da pub che imita se stesso”, viene elaborata per recuperare quelle sfumature, quei piccoli vezzi nasali che aveva a ventidue anni, persi nel corso di decenni di esibizioni dal vivo in cui la canzone è diventata sempre più bluesy.

Ma l’AI è davvero così innocente?

Ovviamente, la domanda che molti si pongono è: e se questa tecnologia venisse usata per clonare voci di artisti defunti, o per creare inediti postumi senza il consenso degli eredi? La risposta di George è secca: “Non è questo il punto. Il punto è che noi artisti dobbiamo avere il controllo. Se l’AI viene usata contro di noi, è un problema. Se la usiamo per i nostri scopi, è uno strumento”. Parole che suonano come un monito, ma anche come un invito a non demonizzare la tecnologia. Purché se ne conosca il confine.

Il risultato è talmente fedele che potrebbe tranquillamente essere scambiato per una versione alternativa dell’epoca. E la cosa divertente, per chi mastica di tecnicismi, è che il processo ha richiesto un anno e mezzo di lavoro: la prima versione, racconta Kemsley, faceva sembrare George “Pinky e Perky, due maialini al tè delle cinque in un cartone animato”. Poi, grazie all’archivio di demo conservato dal produttore originale Steve Levine, l’intelligenza artificiale ha imparato il mestiere. Le parti strumentali sono state reincise da Hay e Craig (con l’aggiunta di turnisti), il che rende questa versione un vero e proprio nuovo master, di proprietà del gruppo. E permettetemi di sottolineare un dettaglio non da poco: Moss, che pure ha diritto ai crediti di scrittura (e quindi alle royalties editoriali), è fuori dai giochi per quanto riguarda i proventi di questo nuovo master. Una sottigliezza legale che non sfuggirà agli addetti ai lavori.


E gli altri membri cosa ne pensano?

Roy Hay, il chitarrista, ha accolto con entusiasmo l’operazione, dichiarando che “è come avere una macchina del tempo”.

Mikey Craig, il bassista, è stato più cauto: “La tecnologia è affascinante, ma la musica è fatta di cuore, non di algoritmi”.

Quanto a Jon Moss, il batterista, non si è ancora pronunciato pubblicamente. Ma conoscendo i precedenti, è lecito immaginare che il suo silenzio sia più eloquente di mille parole. Del resto, tra lui e George, il karma non ha mai smesso di fare le sue capriole.

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Artist Included, che ha già nel mirino il prossimo singolo, “Do You Really Want to Hurt Me”, e punta a reincidere l’intero catalogo dei Culture Club, promette di sconvolgere le logiche di un’industria che troppo spesso ha trattato gli artisti come semplici prestanome. L’obiettivo dichiarato è quello di dare agli artisti (soprattutto quelli di una certa età, che non hanno mai rivisto i diritti dei loro successi) la possibilità di creare nuovi master “gemelli” di quelli originali, per poterli sfruttare commercialmente senza chiedere il permesso a nessuno. Per usare le parole di Boy George: “Avere il controllo su questa canzone è entusiasmante. È una cosa che non avrei mai pensato possibile”.

Un’operazione che guarda al futuro (e al portafoglio)

E non è solo una questione di principio, ma anche di soldi. Perché “Karma Chameleon”, come tutti i grandi successi, continua a essere utilizzata in spot pubblicitari, serie TV, film e colonne sonore. Ogni volta che la canzone viene trasmessa in un contesto commerciale, i diritti generano royalties. E se quelle royalties finiscono nelle tasche di una major che ha comprato i master per una cifra irrisoria, beh, il danno per l’artista è doppio. Con questa nuova versione, invece, i Culture Club potranno concedere in licenza la loro “nuova” vecchia canzone senza dover chiedere il permesso a nessuno. E questo, cari italoreddiani, è il vero affare.

Si dirà che è un’operazione cinica, che è la resa dell’arte al mercato, che è l’ennesimo passo verso l’omologazione. Ma ascoltandola, questa nuova “Karma Chameleon”, viene da pensare che forse, a volte, la tecnologia può essere usata anche per riparare un torto. E se questo significa sentire Boy George cantare con la voce di sempre e la consapevolezza di oggi, beh, forse non è poi così male. D’altronde, come canta il ritornello, “Karma Karma Karma Karma Karma Chameleon”. E stavolta, il karma sembra aver preso le parti giuste.

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