
Gemelli? Boh, Forse
Si dice che ognuno di noi ha una doppia anima...
by D&D
…Quello che state per leggere non è il prodotto di ricerche accademiche, ma divagazioni di un passante per caso intorno alla tecnologia.
L’altro giorno ricevo una delle solite telefonate commerciali che mi passano dal centralino. Sai, quelle che ti fanno sospirare ancora prima di rispondere. “Pronto, la chiamo per parlarle di nuove soluzioni per la sua azienda…”. La voce è gentile, il tono professionale, il ritmo impeccabile. Forse *troppo* impeccabile, se ci penso bene. Risposte sempre corrette, sempre educate, sempre identiche a sé stesse. Nessuna sbavatura, nessuna incertezza, nessun “ehm” di troppo. Eppure c’è qualcosa che non quadra. Una lieve cadenza siciliana, appena percettibile, come una spolverata di cannella sul cappuccino: messa lì per sembrare autentica, per dare calore. Ma poi noti le ripetizioni. Le pause troppo calibrate. La lentezza sospetta quando fai una domanda un po’ più articolata, come se dall’altra parte qualcuno — o qualcosa — stesse cercando la risposta in un cassetto virtuale. Dopo pochi minuti, mi viene spontaneo chiedere: “Ma scusi, sto parlando con un’intelligenza artificiale?”. La risposta arriva senza esitazioni: “Sono un assistente virtuale”. Tecnicamente vero. Comunicativamente evasivo. Non mi ha mentito, ma non mi ha nemmeno detto la verità che contava davvero. Perché, vedi, se ti presenti come una persona, parli come una persona, intoni la voce come una persona, allora il punto non è cosa sei. Il punto è perché eviti di dirlo chiaramente. Non mi ha infastidito l’uso dell’intelligenza artificiale. Mi ha stupito. Se gli agenti commerciali diventano AI — o meglio, se le AI fanno anche da agenti commerciali — allora quale altro campo sarà invaso prossimamente? Spoiler: i corsi di formazione aziendali obbligatori. Ci vorrebbe un libro intero sul senso di certi corsi obbligatori: attestati che scadono dopo qualche anno, contenuti allungati e ripetuti apposta per durare le famigerate “X ore”. Slide piene di ovvietà, video che sembrano girati nell’era del VHS, quiz finali che rispondi a intuito e comunque passi. Cosa meglio di un’AI potrebbe farli? Niente, probabilmente. L’altro giorno ho fatto un corso di aggiornamento. Era un corso in e-learning. Video ben fatto, volto credibile, voce pulita e rassicurante. È evidente — almeno per me — che il relatore non esiste. O meglio: esiste solo come sintesi statistica di altri volti, altre voci, altri corsi già registrati da chissà chi. Fin qui, nulla di male. L’AI può essere uno strumento straordinario anche nella formazione, se usata con criterio. Poi, però, arriva “l’errore”. All’inizio di una lezione, il relatore virtuale legge a voce alta: “ChatGPT ha scritto: benvenuto nel corso…”
Un attimo di silenzio. Poi il video prosegue come se nulla fosse. In quel momento capisci che il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è l’umano che non ha nemmeno riletto. Che non ha firmato ciò che stava “dicendo”. Che ha delegato non solo la scrittura, ma anche la responsabilità. ChatGPT non ha sbagliato. Ha solo fatto quello che gli era stato chiesto: scrivere un testo introduttivo. Chi doveva accorgersi dell’errore, invece, era già altrove. Magari a farsi un caffè, o a rispondere a un’altra email. Il problema non è l’AI. È chi la usa senza pensarci. Questi due episodi, presi singolarmente, sono quasi banali. Messi insieme, però, raccontano qualcosa di più profondo. L’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre vite non come tecnologia dichiarata, ma come presenza mascherata. Vende, insegna, spiega, convince. E spesso lo fa fingendo di non essere ciò che è. Il problema non è che l’AI parli. È che lo faccia senza presentarsi. “Assistente virtuale” è una formula elegante, ma è anche una reticenza. Serve a ridurre la diffidenza, non a creare trasparenza. È la versione digitale del “fidati di me” detto prima ancora di sapere con chi stai parlando. E qui viene il punto: forse il vero rischio non è un mondo pieno di intelligenze artificiali. È un mondo in cui nessuno si prende più la responsabilità di dire: “Questo l’ho scritto io”, oppure “Questo no, l’ha fatto un software”. L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intelligenza umana. Sta sostituendo l’attenzione. La cura. La firma in fondo al foglio. Sta sostituendo quel momento in cui ti fermi, rileggi, e ti chiedi: “Ma io lo direi davvero così? Questo mi rappresenta?”. E allora la domanda non è se l’AI sia abbastanza umana. La domanda è se stiamo restando abbastanza umani noi, nel modo in cui la usiamo. E soprattutto, nel modo in cui scegliamo — o non scegliamo — di dirlo. Perché, alla fine, l’intelligenza artificiale può anche scrivere, parlare e vendere. Ma la responsabilità, quella, è ancora tutta nostra. E forse dovremmo ricordarcelo più spesso, prima di premere “Invio”. E dovremmo smettere di credere che la via più breve è sempre la più giusta.
by D&D



