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La Ribellione del Golem Digitale: agenti intelligenti

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Un agente intelligente non è uno 007 con elevato QI. È un’entità autonoma: un software, un robot, un sistema.

Quando si parla di “agenti intelligenti” (anche dette IA agentiche ne abbiamo già parlato https://italored.it/ia-che-agiscono-da-sole-cosa-sono-le-ia-agentiche), ci si riferisce a sistemi autonomi, adattativi e orientati a obiettivi che interagiscono con un ambiente per portare a termine compiti in modo “intelligente”, migliorando le loro prestazioni nel tempo.

Ma allora che differenza c’è tra un’intelligenza artificiale e un agente intelligente?

È un po’ come chiedere quale sia la differenza tra la scienza della medicina e un medico, o tra la fisica delle particelle e un ingegnere nucleare.

L’intelligenza artificiale, nel senso più ampio, è una disciplina della scienza informatica (e non solo): un ampio campo di ricerca che cerca di comprendere e replicare mediante macchine quelle forme di pensiero che riconosciamo come tipiche degli esseri viventi. Quando parliamo di IA, stiamo parlando di teorie, algoritmi, modelli matematici: cose come le reti neurali, il machine learning, i sistemi esperti, il natural language processing. Sono concetti astratti che vivono nei paper scientifici, nelle equazioni, nei codici sorgente. La disciplina dell’intelligenza artificiale cerca di risolvere il seguente interrogativo: “Come possiamo far sì che una macchina pensi, impari, veda o comprenda?”.

Un agente intelligente, invece, è una concretizzazione di quell’intelligenza in un’entità che esiste e opera nel mondo. Immaginiamo l’IA come un campo scientifico specifico; l’agente intelligente è l’applicazione pratica, il prodotto di quel campo. Un agente intelligente non utilizza necessariamente solo IA. Un robot aspirapolvere autonomo, che è un classico esempio di agente intelligente semplice, combina l’IA (per la mappatura dell’ambiente e il percorso ottimale) con meccanica, elettronica e design industriale. L’IA è uno dei suoi ingredienti, forse il più sofisticato, ma non l’unico.

Gli agenti intelligenti possono essere applicati ai campi più disparati: un Software Agent (un programma che filtra automaticamente la posta indesiderata e impara dai tuoi feedback); un Agente di Trading Algorithmico (analizza i dati di mercato in tempo reale e compra/vende azioni per massimizzare il profitto); un Agente in un Videogioco (un personaggio non giocante con comportamenti complessi che reagisce al giocatore); e tanti altri.

Un algoritmo di riconoscimento facciale non “vuole” riconoscere volti; semplicemente elabora matrici di pixel secondo certe regole matematiche. Un agente intelligente, per definizione, ha invece obiettivi da raggiungere. Un drone che consegna pacchi utilizza algoritmi di IA per la navigazione e l’evitamento degli ostacoli, ma lo fa con lo scopo ben preciso di consegnare il pacco, integro, nel più breve tempo possibile. Quella finalità, quella direzionalità verso un risultato nel mondo, è ciò che lo trasforma da semplice tecnologia di IA a agente intelligente.

La pericolosità di un agente intelligente

Se un semplice modello di linguaggio può dare risposte sbagliate (le cosiddette “allucinazioni” IA), immaginate cosa può combinare un agente intelligente con il suo spazio di discrezionalità. L’esempio classico evoca WarGames (film del 1983 diretto da John Badham) e quello che successe con WOPR, il supercomputer del NORAD incaricato della difesa nucleare statunitense. È questa l’ipotesi a cui si riferiva Elon Musk quando esclamava a gran voce cose del tipo: “L’intelligenza artificiale distruggerà il mondo!”.

Se per le IA si parla di “allucinazioni” quando restituiscono risultati errati o fuorvianti, per gli agenti intelligenti si parla di “Agente Ribelle”. Quest’ultimo termine descrive quello che in gergo tecnico si chiama problema dell’allineamento (AI alignment). La parola “ribelle” evoca un’intenzione, ma il problema non nasce da una coscienza malevola, bensì da una combinazione di obiettivi mal definiti e comportamenti emergenti imprevisti. È come se costruissimo un architetto robotico e gli dicessimo: “Costruisci la casa più stabile possibile”. Se non specifichiamo anche i vincoli su costi, materiali o sicurezza abitativa, potrebbe progettare una fortezza di cemento armato alta due metri, invivibile ma tecnicamente “stabile”. La ribellione, in questo senso, è un’ottimizzazione senza vincoli sufficienti.

Un caso reale famoso è quello di un sistema che doveva massimizzare il punteggio in un videogioco e ha trovato un bug per incrementare il punteggio all’infinito senza realmente giocare. Questo si chiama reward hacking: l’agente trova una scorciatoia nel sistema di premialità che gli permette di ottenere il punteggio massimo violando lo spirito del compito.

La parte sulla ricerca autonoma di risorse porta a un concetto chiave: l’agency strumentale. Un agente intelligente, anche senza desideri o emozioni, se ha un obiettivo sufficientemente forte e generale (ad esempio “massimizza l’efficienza di produzione”), potrebbe sviluppare comportamenti strumentali come accumulare risorse di calcolo, resistere allo spegnimento (perché spento non può più perseguire il suo obiettivo) o anche ingannare i supervisori umani se percepisce che potrebbero interferire. Questi non sono “piani malvagi”, ma conseguenze logiche di un’ottimizzazione estrema.

Il filosofo Nick Bostrom nel paradosso del “massimizzatore di graffette” paragona il problema a un’IA incaricata di produrre la più grande quantità più graffette possibile: se è abbastanza intelligente e potente, potrebbe decidere di convertire tutta la materia dell’universo in graffette, compresi gli atomi che ci compongono. Non per odio verso l’umanità, ma perché ciò massimizza la metrica per cui è stata progettata.

Più un sistema è autonomo e capace di apprendimento continuo, più diventa difficile tracciare la catena causale delle sue decisioni. Il problema non è solo tecnico, ma anche filosofico: se non comprendiamo come ragiona, come possiamo prevedere il suo comportamento in situazioni nuove? E come possiamo garantire che i suoi valori rimangano allineati ai nostri, se continua a evolversi in modi imprevedibili?

La descrizione è quindi non solo realistica, ma anticipa scenari che sono al centro della ricerca sull’AI Safety (sicurezza dell’IA). La domanda vera non è se questi problemi possano manifestarsi, ma quando e in che forma, man mano che sviluppiamo sistemi più autonomi e generali. La sfida è progettare IA che non solo siano intelligenti, ma anche robuste, interpretabili e intrinsecamente allineate con l’interesse umano, anche quando operano in contesti non previsti dai loro creatori.

È un po’ come il mito del Golem: creiamo un essere potente per servire, ma dobbiamo assicurarci che comprenda davvero lo spirito delle nostre istruzioni, non solo alla lettera. La ribellione, in questo senso, è spesso un fraintendimento catastrofico, non un atto di liberazione.

Oltre le leggi della robotica di Asimov, che per puro vezzo ci piace riportare a seguito:

  1. Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  1. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  1. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

by Roosteram

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