MaMà Dots: la Marina porta il Puntinismo al Quirinale

Caro lettore, attenzione: “non tutto è… come appare”

Se vedessimo da lontano questo MaMà’s President, appeso tra gli specchi e gli stucchi del Quirinale, potremmo liquidarlo come un esercizio di stile “neo-digitale”. Un gioco da ragazzi: prendi una foto del Presidente, la pixelizzi con un filtro, la stampi su tela. Fine. Ma fermiamoci. Siamo nel 2026, e il sospetto che l’intelligenza artificiale abbia già divorato l’arte contemporanea è ormai un luogo comune. Invece, questo 110 x 130 cm di olio su tela, donato dalla Marina Militare al Capo dello Stato, fa una cosa sorprendente: “mente” sulla propria natura. Sembra un’immagine generata da un algoritmo, ma è dipinta a mano. Ogni puntino è un atto di resistenza.

E qui, cari miei, ItaloARTE non può che strizzare l’occhio. Perché l’operazione del collettivo MaMà Dots non è né naïf né nostalgica. È lucidissima. Si chiamano “Pop Pointillism Beyond AI”, e il nome è già un programma. Da una parte, citano il vecchio Georges Seurat, quel pazzo che negli anni Ottanta dell’Ottocento punteggiava la tela con la disciplina di un chimico. Dall’altra, abbracciano la Warhol superstar, la ripetizione, la serialità. Ma il colpo di genio è il terzo elemento: il pixel. Non il pixel digitale, però. Il pixel ricreato con il pennello, come se il codice sorgente del mondo fosse in realtà materia grassa, pigmento, trementina.

Il Presidente Sergio Mattarella (uomo di sobrietà costituzionale) ha ringraziato dicendo: “Bello non per il soggetto ma per la fattura così originale”.

Bravo, Presidente. Ha colto il punto. Non è il ritratto di un uomo, è il come quel ritratto nega la propria epoca pur essendone figlio. In un’era in cui l’AI genera immagini in due secondi, MaMà Dots impiega mesi a posare migliaia di piccoli cerchi di colore. È una dichiarazione di guerra? No, direi piuttosto un patto. Come scrivono loro stessi: le nuove tecnologie sono strumenti di crescita, ma a patto che ci siano controllo umano, responsabilità, etica. Parole grosse, in un mercato dell’arte che spesso preferisce lo scandalo al rigore.

Ma andiamo oltre la notizia

I MaMà Dots non sono una meteora. L’inclusione nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026 di Giunti Editore (sezione “Maestri di rilievo internazionale”) è un passaggio di status. E attenzione: l’Italia non è abituata a collettivi che parlino di “umanesimo dell’immagine” senza fare la muffa. Non dimentichiamo che il collettivo in questione è stato tra i primi, nel mondo dell’arte, ad aderire al Manifesto dell’Umanità Generativa di ItaloRED. Di solito, quando sentiamo “tradizione pittorica italiana”, pensiamo a certi manieristi nostalgici che dipingono cipressi e tramonti. Invece questi fondono la memoria del mare (la Marina Militare, il 150° anniversario del Corpo di Commissariato) con un linguaggio che parla anche a chi è nato con lo smartphone in mano.

Il titolo della collezione è Perseverance. Parola chiave. Perché oggi, in Italia, fare arte figurativa di ricerca (non ironica, non concettuale, non performativa) è un atto di perseveranza. E farla in un collettivo, poi, è quasi eroico. MaMà Dots sceglie il “noi” in un mondo che esalta l’artista-star. E lo fa portando il proprio lavoro in sedi istituzionali: non il solito museo alternativo o la galleria di zona, ma il Quirinale, la Marina, il cerimoniale di Stato. Questo è il vero punto di rottura. L’arte contemporanea italiana, troppo spesso rinchiusa in circoli per addetti ai lavori, qui si presenta in divisa. E la divisa non è un limite: è una cornice.

Un’ultima considerazione, spiazzante

L’opera è un ritratto del Presidente. Ma il collettivo lo trasforma in una mappa. Ogni puntino conserva la propria identità, il proprio colore. Solo messi insieme formano il volto. Ecco la metafora repubblicana: una comunità di punti, di individui, che senza relazione non sono nulla. Non è un messaggio scontato. In un’epoca di individualismi urlati, ricordare che la figura emerge solo dalla trama è quasi sovversivo.

Per concludere: MaMà Dots non ci sta dicendo “abbasso l’AI”. Ci sta dicendo “l’AI può tutto, ma non la fatica, non il tempo, non la responsabilità di scegliere ogni puntino”. E mentre il pixel digitale è anonimo, quello dipinto porta l’impronta di una mano. Al Quirinale, oggi, c’è un’opera che sembra venire dal futuro ma è costruita con gli strumenti del passato. Forse è proprio lì, in quel cortocircuito, che nasce il presente.

Con un sorriso, diciamo: “Non è pixel, è pittura. E la differenza la fa il sudore”.

La Redazione di ItaloARTE

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