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Patriarcato

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La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.
Theodor W. Adorno.

Sono anni che tengo sermoni alle mie figlie  argomentando finemente e trasferendo idee da lotta al patriarcato, lo chiamano “il pippone femminista” . Poi però quando entrambe hanno sviluppato l’idea che gli uomini in generale sono dei poveretti, un’anomalia genetica in fondo, essendo manchevoli di un pezzo di cromosoma, una specie inferiore e primitiva ecco, ho capito di aver decisamente sbagliato qualcosina. Condivido profondamente le istanze femminili e condivido la difficoltà di stare in un mondo che è pensato per lo più al maschile, dove la crescita lavorativa delle donne ad esempio, anche nel nostro mondo occidentale di pari opportunità, fa fatica a sfondare il soffitto di cristallo. Per non parlare di tutti gli stereotipi di genere, tutte le aspettative sui ruoli maschile o femminile che fin da piccoli condizionano e permeano le nostre esistenze, e della violenza di genere con tutta la gamma di bassezze e miserie in cui si articola. E sottolineo la giovinezza dei diritti acquisiti dalle donne nel nostro emancipato mondo occidentale e la loro estrema fragilità e la necessità di non abbassare la guardia in un momento storico in cui serpeggiano idee reazionarie. E le rivendicazioni sono necessariamente rabbiose, alimentandosi da secoli di soprusi, violenza, sottomissione e discriminazione.  La rabbia è necessaria, vitale e sacrosanta, per rompere degli schemi così culturalmente, socialmente, storicamente, psicologicamente radicati. 

Ecco.

Era una premessa obbligatoria. 

Poi si assiste a fenomeni strani. Donne che condividono le critiche da lotta al patriarcato ma poi si approfittano bellamente di logiche patriarcali quando possono lasciare in mutande l’ex marito. Donne che continuano a competere tra di loro per accaparrarsi l’attenzione del maschio. Donne che inneggiano alla Vagina come una nuova Dea. Donne che manipolano e che poi si mascherano da vittime dietro il loro essere donna. Donne che, consapevoli del potere della propria sessualità, continuano a sfruttare le debolezze maschili mettendo in mostra a raffica culi e tette raccontandosi che questa è libertà.  Donne cazzute, con le palle, che assumono atteggiamenti, linguaggi, posture tipicamente maschili, riaffermando, paradossalmente nel tentativo di smarcarsi, la dipendenza e la superiorità del modello maschile. Bimbe sempre più sessualizzate, con la borsetta, il lucidalabbra e lo sguardo ammiccante a 8 anni.

Insomma dei problemi che i maschi hanno nei confronti delle donne, se ne sta un po’ parlando finalmente…. Ma noi femmine… che problemi abbiamo? Possiamo parlare anche di questo o nella via della liberazione dal giogo del maschio, è vietato?

E la soluzione davvero è continuare a giocare a chi ce l’ha più lungo? Davvero dobbiamo identificare il nostro essere donna in contrapposizione a? In lotta, in contrasto, rispetto a? Il maschio così non rimane sempre l’inamovibile termine di paragone?

Sì può cambiare questa logica? Ad esempio potremmo ricordarci che siamo maschio e femmina contemporaneamente e che queste due parti le dovrei fare dialogare invece che armarle l’una contro l’altra. Ma anche questo in fondo è trito e ritrito, lo abbiamo sentito tante volte. Il che non vuole dire che lo sappiamo fare. Comunque. Ho dentro di me il maschile e il femminile, ok, allora via a cercare le mie caratteristiche femminile e maschili. Allora quando sono accogliente sto utilizzando il femminile e quando sono assertiva sto utilizzando il mio maschile. Ma sarà proprio vero o è uno stereotipo anche questo? E comunque, e quindi? Cosa mi interessa se l’accoglienza è femminile e l’assertività maschile?  Perché siamo, sia a livello sociale sia a livello individuale, così concentrati a definire le caratteristiche, le peculiarità, le differenze tra i due sessi? 

Secondo me un po’ perché siamo ossessionati ancora dalla legge delle jungla. Ce l’abbiamo iscritta nel DNA e non ci siamo sufficientemente evoluti da allora Ci sono due mondi. Uno vince e l’altro perde. Uno prevarica, l’altro è prevaricato. Così va il mondo dai secoli nei secoli. Amen. 

Allora potremmo ricordare a noi stessi che due cose diverse possono anche coesistere e non ci deve essere per forza un vincitore e un vinto, uno superiore e uno inferiore. Non brillo di luce riflessa, né sono spento perché messo in ombra. Vivo di vita propria. Brillo di luce propria. Di nuovo è tutto tagliato con l’accetta, la visione delle cose è sempre più duale e polarizzata, con buona pace della complessità delle infinite manifestazioni comprese tra i due poli.

E così..in questo riduzionismo delle nostre anime, viviamo una libertà condizionata da, una libertà in funzione di. Abbiamo il patriarcato e la lotta contro il patriarcato, tanto rumore e tanta agitazione, e nessuno che brilla. Come sarebbe bello se questa energia la dirigessimo nello sforzo di lasciarci alle spalle questa logica dicotomica per compiere un passo avanti e concentrarci nel far risplendere i molteplici colori compresi tra il bianco e il nero dell’essere.

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