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Software e IA: binomio ormai imprescidibile

DandD italo red italo
Gemelli? Boh, Forse
Si dice che ognuno di noi ha una doppia anima...
by D&D

…Quello che state per leggere non è il prodotto di ricerche accademiche, ma divagazioni di un passante per caso intorno alla tecnologia.

Oggi non esiste impresa senza software. ERP, CRM, gestionali di ogni tipo: sono la linfa vitale dell’azienda moderna, più indispensabili dell’acqua alla macchinetta del caffè. E fanno davvero la differenza: un software ben progettato può tenere in piedi un’azienda, un software sbagliato può trascinarla nel caos. È il nuovo spartiacque: non importa se vendi bulloni, scarpe o consulenze finanziarie, senza un sistema informatico che ti tiene insieme magazzino, contabilità e clienti sei già fuori mercato.

Detto questo, rimane un fatto innegabile: usare questi software è spesso un’impresa nell’impresa. Nascono con la promessa di semplificare, ma l’esperienza quotidiana dice altro: schermate infinite, menu che sembrano un labirinto e tempi di formazione che ricordano l’addestramento dei Marines. Il sospetto, neanche troppo velato, è che la complicazione non sia un difetto ma una scelta di design: se il software fosse davvero semplice, niente business parallelo di corsi, consulenze e assistenza premium. In pratica, più ti perdi dentro, più loro ci guadagnano.

E la colpa non è solo delle software house. Ci sono anche i manager che comprano questi sistemi guardando demo patinate, convinti di portare il futuro in azienda. Poi però tocca ai dipendenti usarli davvero, e lì inizia la tragedia: per registrare un pagamento servono dieci click e una buona dose di fede. Intanto i commercialisti sorridono: loro un gestionale facile non lo vogliono, perché “complicato = professionale”. E così il cerchio si chiude: tutti soddisfatti, tranne chi deve lavorarci ogni giorno.

Ma guardiamo al futuro. Tra vent’anni i software saranno ancora così? Probabilmente no. L’intelligenza artificiale promette di cambiare radicalmente il paradigma. Invece di perdersi nei menu, basterà dire: “Registra pagamento fattura 123, 500 euro, bonifico 15 settembre” e il sistema obbedirà senza storcere il naso. Il CRM diventerà un assistente digitale che ti ricorda di chiamare il cliente giusto al momento giusto, l’ERP un invisibile direttore d’orchestra che tiene insieme acquisti, produzione e logistica senza che tu debba più cliccare nulla. Forse persino i robot umanoidi daranno una mano: solleveranno pacchi, monteranno scaffali e magari un giorno impareranno anche a litigare con il magazziniere per chiudere un ordine.

Non tutti i lavori spariranno, questo no. Ci sarà ancora bisogno di decisioni, creatività e responsabilità umana. Ma il lavoro ripetitivo sarà ridotto all’osso, e la vera abilità starà nel saper chiedere bene alle macchine cosa fare. Oggi perdi mesi a imparare dove cliccare, domani farai corsi per imparare a formulare richieste chiare all’IA. È l’arte del prompt che sostituirà l’arte del doppio click.

Naturalmente non vivremo in un’utopia digitale perfetta. Anche nel 2045 ci sarà sempre qualche gestionale arcaico, sopravvissuto come un fossile aziendale, con la sua interfaccia grigia e il leggendario tasto F7 “opzioni avanzate” che nessuno sa cosa faccia davvero. E ci saranno consulenti che continueranno a campare traducendo quei geroglifici.

Forse, in fondo, la questione non è neppure tecnologica ma quasi esistenziale: ogni epoca ha avuto i suoi strumenti e i suoi tranelli. Prima erano le pergamene che si incollavano con la cera lacca, oggi sono i menu a tendina che si incollano al mouse. Cambiano i gadget, ma resta la stessa commedia: l’uomo che costruisce strumenti per semplificarsi la vita e poi passa metà della vita a cercare di capirli. Il software non è mai neutro: dietro ogni finestra a comparsa c’è un programmatore che ha deciso dove farti inciampare. Altro che specchio di Platone: questo è più uno specchio Ikea, dove tu cerchi la verità ma trovi solo il tuo riflesso deformato dal bug del giorno.

E allora la vera domanda filosofica non è se i gestionali diventeranno facili grazie all’IA, ma se noi resteremo abbastanza svegli da non consegnare pure il cervello in outsourcing. Perché più il software diventa “intelligente”, più noi rischiamo di diventare “scemi di fiducia”, pronti a firmare quello che dice la macchina senza battere ciglio. Da qui il dubbio eterno: siamo noi che usiamo il software o è il software che si diverte a usarci come cavie?

Forse la sfida del futuro non sarà imparare a chiedere alle macchine, ma imparare a non smettere mai di chiederci che diavolo stiamo facendo con loro.

Quindi sì, i software fanno la differenza, oggi come tra vent’anni. Oggi senza un buon sistema la tua azienda si ferma, domani senza un’IA che ti capisce rischi di parlare da solo. La vera ironia è che tra qualche decennio useremo con naturalezza assistenti digitali che non vanno mai in ferie, ma continueremo a maledire quei vecchi sistemi che non vanno mai in pensione. E forse la scena più comune negli uffici del 2045 sarà questa: un robot umanoide che compila fatture a velocità supersonica, un’IA che nel frattempo chiacchiera con il commercialista, e un povero dipendente umano che sfoglia un manuale cartaceo da 600 pagine cercando di capire come si fa ancora, nel vecchio gestionale aziendale, a stampare un DDT.

by D&D

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