
Gemelli? Boh, Forse
Si dice che ognuno di noi ha una doppia anima...
by D&D
…Quello che state per leggere non è il prodotto di ricerche accademiche, ma divagazioni di un passante per caso intorno alla tecnologia.
C’è stato un momento, non troppo lontano, in cui sviluppare software sembrava finalmente diventato facile. O almeno così ci è stato raccontato. Le piattaforme low-code e no-code promettevano rivoluzioni: chiunque avrebbe potuto creare la propria app, i programmatori non sarebbero più serviti, il business avrebbe finalmente preso il posto del codice. Il messaggio era chiaro: l’era dello sviluppatore solitario stava finendo. Spoiler: non è andata così.
È nato allora il grande sogno di sviluppare senza sviluppare. Per anni abbiamo visto strumenti che promettevano di astrarre la complessità attraverso interfacce visuali, blocchi da trascinare, logiche apparentemente intuitive. In teoria bastava un’idea e un pomeriggio libero. In pratica, dopo poche schermate, ci si trovava davanti agli stessi concetti di sempre, solo ribattezzati: database che diventavano “collezioni”, relazioni trasformate in “connessioni”, condizioni logiche camuffate da “automazioni”. Il codice non era sparito. Era semplicemente finito dietro una tenda. E quando qualcosa non si vede, diventa molto più difficile capire perché non funziona.
Il problema, in realtà, non è mai stato lo strumento. È stato il racconto. Per anni il marketing tecnologico ha venduto l’idea che progettare software fosse semplice, che la logica fosse un dettaglio e che la complessità fosse un errore di progettazione, non una caratteristica inevitabile. Ma un’app non è una schermata ben disegnata. È dati, regole, eccezioni, casi limite e persone che la usano nel modo meno previsto possibile. Questo vale tanto per il codice scritto a mano quanto per quello costruito con strumenti “visuali”.
Il caso più emblematico di questa distanza tra narrazione e realtà è stato quello di Builder.ai. La promessa era affascinante: creare app come ordinare una pizza, grazie a un’intelligenza artificiale in grado di occuparsi di tutto. La realtà era decisamente meno futuristica. Dietro quella presunta automazione c’erano centinaia di programmatori che scrivevano codice in modo tradizionale, mentre il marketing continuava a raccontare una storia diversa. Il software veniva consegnato e funzionava, ma il racconto era fuorviante. Non una truffa tecnica, piuttosto una truffa narrativa. Un esempio perfetto di come, nel mondo tech, spesso la presentazione arrivi molto prima della sostanza.
Oggi qualcosa è cambiato. Gli strumenti sono più maturi, meno ingenui, più sinceri. Non promettono più che chiunque possa fare tutto, ma che chi sa cosa sta facendo possa andare più veloce. È una promessa molto più credibile. In parallelo, l’intelligenza artificiale ha abbassato una barriera reale: quella dell’accesso alla comprensione. Non tanto alla tecnologia in sé, quanto al modo di ragionarci sopra. Oggi è possibile farsi spiegare concetti complessi in modo chiaro, prototipare rapidamente, capire se un’idea ha senso prima di investirci tempo ed energie. Non è magia. È leva cognitiva. È lavorare con strumenti migliori, non fingere che il lavoro non esista.
Chi può davvero fare un’app oggi? Molta più gente di prima, ma non chiunque. Serve ancora la capacità di ragionare per processi, un minimo di disciplina mentale e l’accettazione di un principio fondamentale: semplice non significa banale. La differenza è che non è più necessario essere informatici, conoscere linguaggi oscuri o partire dallo zero assoluto. Ed è per questo che, oggi, anche zia Rosina può permettersi di pensarci.
Zia Rosina non vuole sviluppare software. Vuole un’app per il ricamo. Vuole fotografare un oggetto e trasformarlo in uno schema, sapere che fili usare, che punti fare, quanto materiale acquistare. Dieci anni fa era impossibile. Cinque anni fa improbabile. Oggi è plausibile. Non perché zia Rosina sia diventata una sviluppatrice, ma perché gli strumenti hanno iniziato ad adattarsi alle persone, invece di pretendere il contrario.
La vera rivoluzione non è il no-code, non è l’intelligenza artificiale, non è il drag-and-drop. È l’idea che il software non sia più riservato a chi scrive codice, ma a chi sa descrivere un problema, ragionare con metodo e accettare i limiti della realtà. Il resto è solo tecnologia di supporto.
Forse non viviamo ancora in un mondo in cui chiunque può creare un’app. Ma viviamo in un momento storico in cui non serve più essere un eroe per provarci, e in cui il confine tra chi usa il software e chi lo costruisce è diventato, finalmente, un po’ meno rigido.
by D&D



