C’è un fenomeno, in psicologia sociale, che gli esperti chiamano “effetto carrozzone”.
Qualcuno lo avrebbe paragonato all’“effetto gregge”,
ma sarebbe stato troppo offensivo.
Carrozzone fa più circo e meno bestiame.
È quella tendenza, tipicamente umana, per cui un’idea o un comportamento si diffonde non perché sia razionalmente valido, ma semplicemente perché lo stanno facendo tutti.
Nel mondo dei manager e dei consulenti, questo effetto ha un nome ancora più specifico: si chiama “paura di essere tagliati fuori”.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi, anche in Europa, con l’intelligenza artificiale.
Non perché siano convinti che sia la scelta giusta, ma perché, come i bambini che saltano da un carrozzone all’altro per non restare indietro, preferiscono sbagliare insieme che avere ragione da soli.
Del resto, il mondo della finanza non perdona chi resta fuori dal coro: le azioni di un’azienda che non cavalca l’onda dell’IA vengono penalizzate, e i manager lo sanno bene.

di Adam & Eve Smith 6 sett. 2026
La corsa all’oro dell’intelligenza artificiale
Il report “Pulse of Change” di Accenture, pubblicato il 3 settembre scorso, è un documento che merita attenzione. Non tanto per i numeri in sé, quanto per ciò che quei numeri raccontano di noi, delle nostre speranze e delle nostre debolezze. Lo studio, condotto su quasi duemila tra leader del C-suite e dipendenti di grandi organizzazioni europee in diciannove settori, dipinge un quadro di fiducia a tratti commovente. L’81% dei dirigenti prevede di aumentare gli investimenti in intelligenza artificiale nei prossimi dodici mesi. Solo il 7% ritiene che si sia formata una bolla speculativa attorno alla tecnologia. E il 52% dichiara che continuerebbe a investire in IA anche se ci fosse una bolla, un dato in crescita di ben dodici punti percentuali rispetto all’edizione di gennaio.
Quando la fiducia diventa fede
Ora, si potrebbe obiettare che la fiducia è una virtù, e che senza coraggio non si fanno rivoluzioni. Ma la storia, insegna che le bolle speculative non scoppiano per mancanza di fiducia, ma piuttosto per eccesso di essa. La bolla dei tulipani nel Seicento, la bolla dei mari del Sud nel Settecento, la bolla delle dot-com alla fine del Novecento: tutte sono state alimentate da una fiducia incrollabile, da una convinzione così radicata da diventare impermeabile a qualsiasi dubbio. E tutte sono finite male (speriamo che la storia non si ripeta).
La Banca Centrale Europea, non a caso, ha lanciato un allarme a metà agosto 2026 sul rischio di una bolla dell’IA, paragonandola a quella delle dot-com e sottolineando che le famiglie dell’Eurozona sono esposte per circa 440 miliardi di euro ai titoli tecnologici americani. Ma i manager, a quanto pare, non vogliono sentire ragioni.
I numeri che raccontano un paradosso
Eppure, e qui sta il paradosso, questa fiducia si accompagna a un approccio che gli stessi estensori del report definiscono “pragmatico”. Cresce la pressione per ottenere risultati misurabili dagli investimenti. Solo il 22% dei leader afferma di aver già raggiunto un valore di business duraturo grazie all’IA. Il 55% è fiducioso che i risultati arriveranno entro i prossimi dodici mesi. Ma il 20% indica una scarsa integrazione tra le iniziative di IA e la strategia di business come principale vincolo. Come ha osservato Mauro Macchi, Ceo di Accenture per Europa, Medio Oriente e Africa, “Ciò che è cambiato è l’urgenza di ottenere risultati”. In altre parole: la fiducia c’è, ma la pazienza comincia a scarseggiare.
La domanda che nessuno vuole porsi
La domanda che sorge spontanea, è un’altra. Gli stessi manager che oggi, dopo aver strutturato le aziende mettendo al centro l’algoritmo, potrebbero in futuro ritrovarsi ad averle affossate, strozzate da prezzi dei servizi IA fuori controllo, oggi venduti sottocosto? A creare danni irreparabili potrebbero essere proprio i servizi delle big tech, pagati a peso d’oro, per aziende rimaste senza un piano B. La responsabilità del disastro, se mai dovesse arrivare, ricadrà proprio su quell’81% che oggi si sente fuori luogo nel contrastare la moda del “Total IA”. Ma, come si sa, ai manager e ai consulenti, una volta incassati i propri compensi, poco importa delle sorti aziendali dopo la loro uscita di scena. Per dirla con Woody Allen: prendi i soldi e scappa.
L’etichetta che rassicura più di quanto informi
C’è un dato, nel report Accenture, che merita di essere sottolineato. Il 52% dei dirigenti dichiara che continuerebbe a investire in IA anche in caso di bolla. Tradotto: sanno che potrebbe essere una bolla, ma investono lo stesso. Non è più fiducia, è qualcosa di diverso. È la paura di essere tagliati fuori, di non essere sulla cresta dell’onda, di perdere il treno della storia.
È l’ansia di dover rendere conto al consiglio di amministrazione, agli azionisti, al mercato. Di fatto, dichiarare che la propria azienda usa l’intelligenza artificiale è diventato un po’ come scrivere “senza olio di palma” sulle confezioni fino a non molto tempo fa: un’etichetta rassicurante, un marchio di modernità , una scorciatoia per dire “siamo al passo coi tempi”. È, per dirla con uno storico, il timore di essere ricordati come quelli che non ci hanno creduto. Anche se, forse, sarebbe più saggio essere ricordati come quelli che ci hanno creduto nel modo giusto.
Il rischio di un futuro senza piano B
La verità è che l’intelligenza artificiale non è una moda. È una rivoluzione, probabilmente la più grande dopo l’invenzione della stampa o la rivoluzione industriale. Ma le rivoluzioni, come insegnano i libri di storia, non si fanno con gli entusiasmi, si fanno con le strategie. Si fanno con la consapevolezza che ogni passo avanti porta con sé un rischio, e che il rischio va gestito, non semplicemente ignorato. Con la lucidità di chi sa che le big tech non sono benefattori, ma attori economici con i loro interessi, e che la dipendenza da pochi fornitori per chip, cloud e modelli di fondazione è una vulnerabilità strategica. E con la pazienza di chi sa che i risultati non arrivano in un anno, ma in un decennio.
Prendi i soldi e scappa
E forse, proprio per questo, la frase di Woody Allen non è solo una battuta. Prendi i soldi e scappa è il titolo di un film comico, ma è anche l’atteggiamento che, nella storia economica, si è visto tante volte. L’atteggiamento di chi incassa il bonus, firma il progetto, e se ne va, lasciando ad altri le conseguenze. I manager di oggi, quelli dell’81%, non sono certo tutti così. Ma la tentazione di pensare che tanto, quando la bolla scoppierà , loro saranno già altrove, è forte. E la storia insegna che le bolle, prima o poi, scoppiano. La domanda è solo chi ci sarà sotto, quando cadranno i cocci.
Fonti: Repubblica, Il Sole 24 Ore, Forbes Italia, Accenture, Money.it, Il Messaggero, La Tribune
https://www.lineaedp.it/report/ia-l81-delle-aziende-europee-aumentera-gli-investimenti
https://www.ilmessaggero.it/economia/news/ia_soldi_bolla_guadagno-9700725.html#1
https://www.lastampa.it/rubriche/il-capitale/2026/06/25/news/bolla_o_non_bolla-15670666/#1



