La Mostra
MILANO – Entrare nelle sale della GAM in questi giorni è come varcare la soglia di un salotto della Belle Époque, ma con una differenza sostanziale: qui i padroni di casa non si limitano a posare. Vibrano.
È questa la sensazione predominante visitando la grande retrospettiva che Milano dedica a Paolo Troubetzkoy, in occasione dei centosessant’anni dalla nascita di quello che George Bernard Shaw, con la sua consueta arguzia, definì «lo scultore più sorprendente dei tempi moderni».
Il contesto
In un’epoca in cui la scultura era ancora impastoiata nella retorica monumentale o nella ripetizione accademica, Troubetzkoy introduce un nuovo e dirompente concetto : la materia che respira. Co-prodotta con il Musée d’Orsay di Parigi, dove ha riscosso un successo plebiscito, e con l’apporto scientifico di Omar Cucciniello, la mostra milanese riunisce ottanta opere (tra sculture, dipinti e disegni) che tracciano un arco narrativo preciso, dagli esordi scapigliati fino al trionfo americano. È un percorso che ci restituisce la figura di un artista inclassificabile, la cui biografia sembra uscita da un romanzo: secondogenito di un principe russo e di una cantante lirica americana, nato sulle rive del Lago Maggiore, Troubetzkoy è il prototipo perfetto dell’artista cosmopolita.
Ma andiamo per gradi…
la mostra, suddivisa in cinque sezioni, si apre su un ambiente che è un coup de théâtre: il Ritratto di Lev Tolstoj. Non si tratta di un semplice prestito, ma di un documento spirituale. Troubetzkoy frequentò lo scrittore a Jasnaja Poljana nel 1899 e ne rimase folgorato. L’immagine del vecchio vegliardo intento a scrivere, con la barba fluente e lo sguardo perso nell’introspezione, è modellata con una tale immediatezza da sembrare eseguita in un’ora, non in una seduta di posa.
Da quel momento, Troubetzkoy abbracciò le istanze etiche del maestro, diventando vegetariano convinto, una scelta allora eccentricissima che lo accomunò proprio a Shaw e che qui trova il suo manifesto più potente e inquietante nel Divoratore di cadaveri. Davanti a quel bronzo, che raffigura un essere primordiale e famelico, si capisce come la sua arte non fosse solo estetica, ma anche una presa di posizione etica, un grido contro l’ipocrisia della società.
Caratteristiche Uniche
Ciò che colpisce, camminando per le sale, è la capacità di Troubetzkoy di fondere la lezione dell’Impressionismo con la tradizione del ritratto psicologico. La sua modellazione è rapida, nervosa, quasi pittorica: la luce scorre sulle superfici sconnesse del bronzo, si infrange nelle trame lasciate dalle dita e dagli strumenti, per ricomporsi in un’immagine di straordinaria vivezza. Lo si vede magistralmente nei ritratti delle sue muse: la scultorea danza di Anna Pavlova, fermata in un gesto etereo, o la provocante eleganza della Marchesa Casati, ritratta con il suo levriero in una posa di snobistica alterigia.
A questo proposito, la sezione centrale della mostra regala una delle emozioni più alte. Per la prima volta a Milano, il dialogo tra Troubetzkoy e i suoi amici pittori diventa tangibile. Accanto ai suoi bronzi, troviamo tele di Giovanni Boldini e Joaquín Sorolla. Il confronto è illuminante: vediamo lo stesso soggetto, il celeberrimo e decadente Conte di Montesquieu, interpretato dal bulino nervoso di Troubetzkoy e dal pennello fulmineo di Boldini. L’effetto è quello di una jam session artistica. Sorolla, dal canto suo, restituisce nei suoi dipinti la stessa luce vibrante che Troubetzkoy inseguiva nella materia. È la dimostrazione di come, a cavallo tra i due secoli, le arti parlassero un linguaggio comune fatto di sintesi, di velocità esecutiva e di ricerca della verità interiore.
Non meno sorprendente è il legame con la cultura russa, rappresentato dal maestoso ritratto che Ilya Repin, il grande maestro dei Peredvižniki (gli “Ambulanti”), fece al nostro scultore. L’opera è un omaggio tra pari, un confronto tra due giganti che avevano scelto strade diverse ma parallele: l’uno verso la narrazione sociale, l’altro verso la sintesi scultorea.
Il percorso si chiude con le sale dedicate ai committenti americani, le famiglie Rockefeller e Vanderbilt, e ai grandi personaggi dell’epoca come Caruso e D’Annunzio. Eppure, nonostante la magniloquenza dei soggetti, Troubetzkoy non diventa mai un artista di corte.
La filosofia compositiva
Anche nel ritrarre i potenti, mantiene una sua freschezza anarchica, una capacità di cogliere il tic, l’attimo di distrazione, l’ombra di malinconia che si cela dietro il lusso.
La GAM, con le sue collezioni ottocentesche, si rivela la cornice ideale per questa operazione.
Troubetzkoy non “costruiva” statue ma istantanee materiche
incontrava le persone e le tratteneva nella materia, perché non fuggissero via con il tempo. In questa epoca di immagini liquide e volatili, rivedere la solidità vibrante dei suoi bronzi è un’esperienza che consiglio a tutti. Perché, come insegna il suo Divoratore di cadaveri, l’arte non è mai solo forma: è sempre, anche, una questione di sostanza.
by T. G. per ItaloArte
La mostra, visitabile fino al 28 giugno, non è solo un omaggio a uno scultore ma la riscoperta di un modo di intendere l’arte come incontro.
“Paul Troubetzkoy. Lo Scultore della Belle Époque”
GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano, Via Palestro 16.
Dal 27 febbraio al 28 giugno 2026.
Catalogo edito da CMS.Cultura.



