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IL SESTO DOMINIO – controllo dell’ordine mondiale e la mente

Il campo di battaglia definitivo per il controllo dell’ordine mondiale è la mente delle persone

Nel nostro Paese, si deve a Lucio Caracciolo la ripresa della geopolitica, intesa come lo studio dei fattori di potenza di uno Stato che tengono conto nella lunga durata della geografia e della storia, collocati nell’attualità dello scenario politico.

Secondo l’idea classica di geopolitica, chi dominava il mondo controllava i mari, la terra, l’aria o lo spazio. 

“Il controllo dei mari ha consentito all’Inghilterra di costruire un impero che si estendeva in tutti i continenti; la presenza culturale nelle linee di faglia tra l’Asia e l’Europa è ancora oggi strategica, come nel “grande gioco” dell’Ottocento; il dominio dell’aria venne teorizzato dal generale italiano Giulio Douhet, dato che proprio il nostro paese utilizzò in Libia, nel 1911, per la prima volta gli aerei in un conflitto; la corsa allo spazio tra le due superpotenze ideologiche dopo la Seconda guerra mondiale venne considerato un fattore determinante. Negli ultimi vent’anni, si è progressivamente esteso lo spazio cibernetico, che è asimmetrico per definizione, dove piccoli stati come territorio possono essere grandi potenze, quali Israele e Corea del Sud”.

“Dal cyber-spazio, arrivare al sesto dominio il passo è stato breve, poiché nel 2030, tecnicamente, tutti i cittadini del mondo potranno essere connessi a Internet. Pertanto, se tutti saremo collegati, tutti potremo essere controllati e, quindi, in gran parte condizionati”.

Si delinea, quindi, la “geopolitica della mente”, intesa come il campo di battaglia dove si sta svolgendo la lotta per il potere, in modo da esercitare il dominio definitivo sulle persone e sulle nazioni, poiché, oltre al controllo della mente, non può esserci altro. “Da sempre il nostro modo di pensare è già in gran parte condizionato dalla genetica e dall’ambiente, cioè dalla famiglia da cui nasciamo e dal contesto sociale e nazionale in cui viviamo, che condizionano inevitabilmente il nostro futuro, trasmettendo, inoltre, dei pregiudizi che orientano la percezione della realtà”.  

La “geopolitica delle emozioni”, teorizzata da Dominique Moïsi, ipotizza continenti della speranza, della paura e dell’umiliazione sostenendo che “viviamo tutti lo stesso tempo, ma lo percepiamo in maniera differente”. Pertanto, “la geopolitica della mente è collegata direttamente allo stato società post-industriale, è basata su un progetto di futuro, tanto che, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, politici, accademici, scienziati e operatori dell’intelligence si sono esercitati sul futuring. Non sembri pertanto casuale che lo studio del futuro sia materia di insegnamento nelle scuole scandinave, e sarebbe bene lo diventasse anche in Italia, integrando tanti decrepiti percorsi disciplinari scolastici e accademici”.

“Mai come in questi anni di pandemia, e adesso con la guerra russo-ucraina, è evidente come, accanto alla guerra reale, vi sia quella dell’informazione, che provoca effetti distorsivi devastanti.  Per descriverli, Marshall McLuhan ricordava che “quello di cui i pesci non sanno assolutamente nulla è l’acqua”. Vale lo stesso per noi, che siamo totalmente immersi nella disinformazione e percepiamo l’esatto opposto della realtà”. 

“Non solo la dialettica tra verità e menzogna ha sempre contraddistinto la storia dell’umanità, tanto che Aulo Gellio sosteneva che “la verità è figlia del tempo”, ma oggi tutto sta cambiando in modo strutturale con l’avvento dell’intelligenza artificiale.” 

“Secondo Ray Kurzweil, il 2043 sarà l’anno della “singolarità”, quando l’intelligenza artificiale farà meglio di quella umana. Il 2043 è lo stesso anno in cui Philip K. Dick ambienta il racconto Minority report, in cui i crimini vengono previsti prima che si commettano”. 

“L’intelligenza artificiale — secondo il docente — inevitabilmente comporterà uno spill-over, un salto di specie, come quello che segnò il passaggio dall’uomo di Neanderthal all’uomo Sapiens, e da questo si sta arrivando all’uomo simbiotico, ibridazione tra uomo e macchina. Se adesso siamo orientati dall’intelligenza artificiale, nell’immediato futuro potremmo anche essere controllati”. A riguardo, ha riportato l’opinione di Alan Turing (uno dei padri dell’intelligenza artificiale e protagonista della decifrazione del codice “Enigma”, utilizzato dall’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale), che rispose affermativamente quando gli domandarono se la macchina potesse sviluppare l’intelligenza.

Grande importanza ha l’intelligence, non solo per predire accadimenti e fenomeni sociali, ma soprattutto per interpretare gli eventi in un contesto caratterizzato dalla dismisura delle informazioni. “E mentre in passato il consenso era ottenuto con la forza, attualmente è raggiunto attraverso la persuasione e la propaganda, in uno scenario in cui diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Pertanto, prevalere nell’informazione è determinate. Non solo Bill Gates aveva evidenziato che per cittadini e imprese è essenziale eccellere nel settore dell’informazione, ma come strategia nazionale gli Stati Uniti, già nel 1997, hanno definito il concetto di “information dominance”, in base al quale nei conflitti di domani prevarrà chi racconterà la storia migliore”.

Nel libro di William Davies Stati nervosi, si argomenta che l’emozione ha conquistato il mondo, orientando l’azione di cittadini insofferenti e frustrati, sempre più scettici verso esperti e istituzioni, con algoritmi impostati in base al comportamento umano che è “prevedibilmente irrazionale”, come sostenuto dal premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman. 

“Se la Guerra Fredda — ha precisato — è stata soprattutto una guerra di intelligence, combattuta attraverso le spie e le informazioni, la disinformazione e l’influenza culturale, con la globalizzazione e il cyberspazio lo scenario si è profondamente trasformato: la manipolazione è diventata capitale non tanto per finalità politiche, quanto economiche, con gli stati diventati entità finanziarie e con le multinazionali che condizionano i governi democratici”.

Concludendo, “occorre prima di tutto comprendere che la disinformazione è ormai la caratteristica di questo tempo. È necessario, quindi, individuare le informazioni rilevanti, quelle che avvicinano alla sempre complessa comprensione della realtà. Pertanto, l’intelligence è una necessità sociale, che serve ai cittadini, alle imprese e agli stati. Ma sviluppare la cultura dell’intelligence richiede un investimento culturale che dovrebbe essere al primo posto nelle agende dei governi, che invece sono erroneamente concentrati solo sull’economia”.

Mario Caligiuri

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