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Parole-KARMA

SERENA_NARDI risvolti introspettivi italo red italo
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Quando un fatto interiore non è reso cosciente, si traduce fuori come destino'.
Carl Gustav Jung. "Sincronicità".

Ho recentemente adottato una diversa chiave di lettura rispetto alla mia esistenza. Mi capita quello per cui sono adatta. Semplice, semplice. Che è né più né meno il concetto del Karma con cui, volenti o nolenti, abbiamo acquisito una certa familiarità. Ma da bravi Occidentali che importiamo concetti nati in tutt’altra cornice culturale, sociale, storica e bla bla, lo abbiamo reinterpretato alla luce dei nostri costrutti. Della serie: se faccio così, mi ritorna indietro questo. Se mi voglio evolvere, devo comportarmi così e non colà, devo sviluppare questa parte di me e tenere a bada quell’altra. Una logica di fondo del tipo: se faccio x ottengo y.  Non è che questo sia di per sé sbagliato, ma mi pare, personalissima considerazione, che segua la logica causale tipicamente occidentale. Credo invece che il senso di ciò che chiamiamo Karma, sia non nella causalità ma nella sincronicità. Essere in un certo modo, che non vuole dire comportarsi in un certo modo, ma Essere , magicamente, crea proprio le condizioni che realizzano il mio essere in quel modo. Cioè è un po’ un tutt’uno. Ora, io non ho gli strumenti per dire che sia proprio così, dico solo che questa interpretazione mi sembra più vicina al concetto di Karma. Il karma invece diventa per noi intrinsecamente legato ad un altro concetto:  ” se ti impegni, migliorerai, otterrai” e che vale, per logica sillogistica, anche al contrario ( “se non hai, vuol dire che non ti sei impegnato”) e giustifica il nostro snobismo di fondo. Ma obiezione, vostro onore. Certo, come usare le risorse di cui dispongo dipende da me, ma nessuno ha scelto le condizioni di vita che si trova a vivere. Senza scomodare in questa sede i discorsi sulle vite passate, non ho scelto venendo al mondo, se avere o non avere accesso a risorse, economiche, intellettuali, affettive, relazionali, scolastiche. Vengo  “gettata” nel mondo. Certo, c’è chi ce la fa, nonostante tutto e questo diventa l’eccezione che conferma la regola, il paradigma che chi vuole davvero, e si impegna davvero, ce la fa. E tu, che fai i conti con le bollette, l’affitto e i problemi della vita quotidiana e non fai i conti con i tuoi fatti interiori, rinunciando a plasmare il tuo destino, non ti sei abbastanza impegnata. Non che Jung intendesse dire questo. Ma è una deriva molto a portata di mano nella nostra mente occidentale ancora pervasa da concetti Parsonsiani, pur non avendo la più pallida idea di chi esso sia. 

Io, per chiuderla con eleganza, direi che chi ha il culo di potersi intrattenere in simili pensieri e dissertazioni, e può lavorare su di sé con un lavoro introspettivo, per rendere coscienti i fatti interiori, rendendosi via via più libero, autentico e felice, ha quantomeno il dovere morale di sviluppare un immenso senso di gratitudine. Ed è dalla percezione di essere fortunata, di essere  privilegiata, che posso mettermi nella posizione di guardare il mondo intorno a me senza buonismo e senza incolpare gli altri delle proprie sfighe e pensare a che contributo posso portare, in cosa posso essere utile, in che misura posso essere un buon strumento.

E postilla finale,  seppur animato dalle migliori intenzioni, finché considero l’altro, il mondo e l’ambiente, come qualcosa che può essere utile a me, come una risorsa da sfruttare in fin dei conti, questo che emozioni profonde sottende? Su che retropensieri si basa? E cosa crea attorno a me?

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