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Hollywood Babylon – Seconda Parte

SECONDA PARTE

Apre il film una sequenza con Welles nel ruolo di prestigiatore che intrattiene un bambino con i suoi trucchi, mentre la troupe attende l’attrice Oja Kodar. Il regista francese Francois Reichenbach riprende, ripreso a sua volta da una altra camera, che svela un trapassare dalla “finzione” cinematografica alla “realtà” di un documentario. Del resto Welles fa solenne promessa agli spettatori di attenersi strettamente, per un’ora intera, alla verità. Tutto ciò che verrà narrato sarà, a differenza delle storie per lo più false di ogni narrazione, l’autentica storia di due veri grandi falsari, proposta con “metodo documentaristico”, vicende che si intrecciano singolarmente in un sito inconsueto: Ibiza.

Vicende veramente false e falsamente vere, di veri falsari che rivelano le rispettive verità tramite il racconto dei propri falsi, provocando un funambolico invertirsi e scambio di ruoli. Ma è possibile che un falsario (Clifford Irving), già protagonista di successo di una falsa biografia del miliardario (nonché regista e avventuriero) Howard Hughes, possa scriverne un’altra, vera, di un falsario d’arte (Elmyr de Hory) che racconta se stesso secondo (la sua) verità? Forse solo due cose sono veramente vere, ci dice Welles: Clifford Irving (falsificatore di biografie o forse no), nello storica falsificazione della biografia di Hughes, ha sottoposto, in seguito alle accuse rivoltegli, le sue fonti ad una perizia, che, riporta con ironico sarcasmo, le ha convalidate. Al contrario, per la biografia che ha scritto su Elmyr De Hory , Irving ha subito una condanna. Per aver detto la verità su un falsario, suggerisce ironicamente Welles?

Del resto Elmyr sostiene di aver venduto tutti i suoi falsi a musei, collezionisti, mercanti d’arte e che nessuno li abbia mai rifiutati. Quando un quadro falso, sostiene, entra in una collezione e rimane esposto per qualche tempo ed è ritenuto vero, lo diventa. E’ l’ubiquità di ciò che è (ritenuto)vero e di ciò che (è ritenuto)falso. Non esiste una distinzione tra l’autentico ed il falso, solo tra una brutto falso ed un bel falso, sentenzia Irving in una sequenza delle “riprese” che, Welles lo garantisce, fanno parte dei sessanta minuti di “verità” promessi.

Siamo, però, verso la svolta del sessantesimo minuto, prima dell’ultimo gioco di prestigio che mostrerà la assoluta credibilità di una falsa narrazione, svelata come tale solo, però, a posteriori.

Welles, sempre più nei panni del “mago”, del trickster, svela (improvvisamente?) anche i motivi “veri”, autobiografici, della sua appartenenza alla categoria dei “ciarlatani”. Ricorda di aver iniziato e fondato la sua carriera su due inganni, spacciandosi in giovane età come affermato attore e con il summenzionato (cfr. la prima parte) trick radiofonico. E soggiunge “Dopo quella trasmissione potevo finire in prigione o a Hollywood. Non posso lamentarmi, sono finito a Hollywood ”. Il trickster Welles, ci conduce, sornione, irridente, ma ambiguamente rassicurante, verso il finale. Dopo aver raccontato, secondo verità, di menzogne, sedicenti verità, falsari che raccontano la “verità” su altri falsari, falsari che promuovono un’ “autentica” visione di se stessi, tacendo però spesso le eventuali smentite, i trucchi e gli illusionismi , ci si avvia verso la “vera”conclusione, molto credibile, senonché il regista stesso, alla fine del racconto, ne rivela la natura di completa invenzione. La messinscena dell’episodio, perché di episodio si tratta, del più grande falsario d’arte, mai esistito, che avrebbe reso addirittura possibile un’intera mostra di un nuovo periodo di Picasso, è pura creazione filmica . Ma questo sottosuolo della verità, per quanto fasullo, ci porta forse al vero pensiero di Orson Welles. L’autenticità, le diatribe di esperti, periti, giornalisti e falsari nascondono solamente l’essenziale: l’arte è produzione di bellezza che rimane nel tempo, come la Cattedrale di Chartres, i cui architetti, ci dice Welles, sono ignoti. Ma è questa davvero la “verità” di Welles? Riportando il pensiero di Picasso, Welles sembra svelare i suoi intenti affermando che “l’arte è menzogna, che ci fa capire la verità”. Ma ci parla Welles solo di arte? O c’è dell’altro?

“F for Fake”: la profondità e il carattere ancipite del falso proposta da Welles ridicolizza il pur importante tema veicolato da un parola oggi di grande diffusione e solo apparentemente inquietante: fake, appunto. Welles non propone certo una facile scepsi contro la realtà, una negazione di ogni razionalità o di ogni verificabilità tecnica, per quanto sia scettico nei confronti degli “esperti” d’arte. “In questo pianeta affollato, in questo mondo computerizzato – dice – è molto difficile rimanere se stessi, qualunque cosa possa voler dire, per un ragionevole periodo di tempo”. Così , con Welles, ci pare opportuno lasciare in sospeso ogni conclusione.

By oldtimer

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