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L’hacking umano 2.0.1

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Il mondo delle Brain-Computer Interface (BCI) è un torbido mix di innovazione e avventura con un pizzico di angoscia che, da sempre, fa gola ai giganti dell’informatica i quali, cercano di carpine i segreti, cimentandosi in una impervia corsa verso un futuro costellato da un’infinità di ipotesi (a volte apparentemente surreali) ma basato su una tecnologia dalle potenzialità che definire all’avanguardia è decisamente riduttivo.

Brevemente: quando parliamo di interfaccia cervello-computer, intendiamo un dispositivo capace di registrare l’attività di specifici aggregati neurali, decodificarla e tradurla in un segnale, a sua volta, in grado di controllare un dispositivo esterno.

La ricerca scientifica si interessa a questa tecnologia sin dagli anni ’70 (basti pensare agli elettrodi usati per l’encefalogramma) ma oggi, nella ricerca più avanzata di settore, a farla da padroni abbiamo da una parte Elon Musk con Neuralink, che si fa strada attraverso la sperimentazione su animali ed esseri umani mentre, dall’altra, ci sono Bill Gates e Jeff Bezos con importanti investimenti in Synchron, un’azienda che porta avanti sperimentazioni impiantando BCI non invasivi su pazienti affetti da paralisi.

Le due aziende adottano approcci alquanto diversi:

Synchron si cimenta in tecniche mininvasive, non chirurgiche, riuscendo a collocare elettrodi microscopici alla superficie cerebrale, chiamati Stentrode, grazie ad uno stent endovascolare attraverso la vena giugulare.

Neuralink, invece, è per un percorso più diretto, installando sensori direttamente sulla corteccia cerebrale attraverso interventi chirurgici. Musk non ha mai nascosto i suoi ambiziosi obiettivi: dalla riparazione delle lesioni dovute ai traumi alla spina dorsale alla fine delle malattie neurodegenerative come la SLA, fino a prevedere la creazione di veri e propri cyborg. Ambizioni però che gli hanno procurato anche le attenzioni della cronaca per presunti maltrattamenti di animali durante i test della sua tecnologia.

 Le interfacce neurali, quindi, sono progettate per inviare segnali al cervello o ottenerne i dati scansionando l’attività cerebrale. Una volta ottenuti questi dati “l’avventura inizia”: entrano in gioco gli algoritmi che analizzano ed elaborano i dati cerebrali per estrarre le informazioni come gemme preziose da una miniera. Informazioni che possono aiutare soggetti con disabilità neurali o avere accesso e controllare dispositivi tecnologici.  .

Sicuramente, preoccuparsi per il modo in cui l’interconnessione uomo/macchina potrà evolversi e le sue finalità è, non solo doveroso ma, addirittura, salutare. Perché, se è vero che gli investimenti miliardari profusi su questa tecnologia porteranno potenzialmente benefici enormi alla nostra salute e qualità di vita, sarebbe davvero pericolosamente ingenuo credere ad una pura forma di filantropia fine a se stessa.

In effetti cosa potrebbe rivelarsi più prezioso delle informazioni estrapolate dai big data grazie a sofisticati algoritmi e potenti computer…se non i dati ottenuti dalla fonte primaria? Direttamente dai nostri cervelli attraverso le interfacce neurali.

L’ultima frontiera quindi è l’hacking umano?

In effetti, qui non parliamo più dell’estrapolazione e divulgazione di informazioni tramite la “semplice” ingegneria sociale basata sull’inganno e tecniche di manipolazione psicologica. Adesso l’hackeraggio è diventato neurotech.

Va da sé la seria valutazione di un protocollo sulla sicurezza delle cyberbrain, memori della disastrosa esperienza, avuta nella recente svolta tecnologica globale, che ci ha trovati impreparati alla digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni e dei documenti esposti online senza una protezione adeguata.

Diventa necessario quindi prepararsi per proteggere efficacemente le menti interconnesse…ma come?

Ecco alcune possibilità: crittografia avanzata, autenticazione biometrica, gestione dei diritti di accesso, monitoraggio dell’attività, protezione fisica ed ambientale, educazione e consapevolezza, normative e regolamentazioni.

Ma la strada più plausibile (e ambiziosa) potrebbe essere la blockchain.

La blockchain, come le interfacce neurali, è una tecnologia avanzata con potenziali applicazioni estremamente interessanti.

La blockchain è una sorta di registro digitale distribuito che offre una tecnologia di registrazione e archiviazione di dati di qualsiasi tipo sicura, trasparente e immutabile . È nota per essere la tecnologia più usata nelle transazioni in criptovalute e nella gestione della proprietà degli NFT, ma le sue applicazioni vanno ben oltre le transazioni finanziarie. La blockchain può essere utilizzata per tracciare la filiera delle merci, garantire la trasparenza nelle catene di approvvigionamento, assicurare votazioni regolari e persino per creare contratti intelligenti, o meglio, contratti digitali autoeseguibili.

L’unione di queste due tecnologie potrebbe davvero portare a nuove e rivoluzionarie applicazioni. Ad esempio, un sistema di gestione delle identità, basato sulla sicurezza garantita dalla tecnologia blockchain, che utilizza un’interfaccia neurale per consentire agli utenti di accedere ai propri account con una semplice scansione cerebrale anziché con password complesse. Oppure un sistema di tracciamento della provenienza degli alimenti che utilizza dati neurali a garanzia dell’autenticità delle informazioni registrate sulla blockchain. Le possibilità sono innumerevoli e ancora tutte da esplorare, ma i principali requisiti per un uso chiaro e sicuro possiamo già delinearli.

1.    Autenticazione sicura: la blockchain può essere utilizzata per creare metodi di autenticazione sicuri e non corruttibili. Ad esempio, attraverso lo sviluppo di un sistema in cui le informazioni di autenticazione biometriche (come i dati neurali) vengono registrate in modo sicuro grazie, in primis, alla sua peculiarità di “registro digitale distribuito”. Ciò renderebbe estremamente difficile per gli hacker falsificare o rubare tali informazioni.

2.    Protezione dei dati sensibili: affiancando alle caratteristiche di immutabilità della blockchain i sistemi più evoluti di crittografia, sarebbe possibile proteggere efficacemente i dati neurali sensibili da accessi non autorizzati. Le informazioni sarebbero così archiviate in modo sicuro e accessibili solo con le autorizzazioni appropriate.

3.    Trasferimento sicuro dei dati neurali: se fosse necessario trasferire dati neurali tra dispositivi o utenti, sempre grazie al binomio blockchain e crittografia, si potrebbe avere un metodo sicuro per farlo. Ad esempio, i dati potrebbero essere crittografati e registrati sulla blockchain per garantire l’integrità e la sicurezza dei dati durante il trasferimento.

4.    Controllo dell’accesso: la blockchain potrebbe essere utilizzata per gestire i diritti di accesso ai dati neurali. Gli utenti potrebbero avere il controllo completo su chi può accedere ai loro dati e in che circostanze, impedendo così il rischio di accessi non autorizzati.

5.    Monitoraggio delle intrusioni: utilizzando la blockchain per tracciare l’accesso ai dati neurali, potrebbe essere più facile rilevare eventuali intrusioni o accessi non autorizzati. Ogni accesso sarebbe registrato in modo permanente sulla blockchain, consentendo una revisione dettagliata dell’attività e la rilevazione di eventuali anomalie.

Chiaramente il concetto di blockchain a sicurezza della mente da “hackeraggi/intrusioni neurali” è ancora decisamente teorico e richiederà molto tempo prima di diventare una realtà pratica, non solo per le ulteriori ricerche del caso ma, soprattutto, per le inevitabili considerazioni etiche che meritano, indubbiamente, attenta valutazione.

Rilessione…

Se c’è una lezione, che la scienza ed il progresso ci hanno sempre insegnato, è che se una cosa può essere fatta non significa che debba essere fatta (…almeno finché non si è pronti). Lezione, ahimè, troppo spesso, e a caro prezzo, inascoltata.

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